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Il Capitano

L'addio a Franco Baresi, simbolo del Milan e della Nazionale: una carriera irripetibile tra vittorie, leadership e fedeltà a una sola maglia. 

Se ne va a 66 anni Franco Baresi, ma andandosene entra di diritto nella leggenda tra i più grandi giocatori di sempre. Non esistono limiti o esagerazioni, stiamo parlando di un super campione, di un ragazzo nato uomo e leader al tempo stesso, forse per la durezza dell’infanzia (rimase orfano giovanissimo). Due sole maglie: il Milan e la Nazionale. Con il primo ha stravinto tutto, con la seconda pure, facendo parte da riserva della spedizione vittoriosa nel 1982 e arrivando secondo nella finale di Pasadena nel 1994. Una partita che Baresi ha maledetto per tutta la vita perché gli avrebbe regalato la gioia di un Mondiale vinto da titolare e con la fascia di capitano al braccio. Capitano, appunto. Capitano di una delle squadre più forti e vincenti di sempre, il Milan di Silvio Berlusconi. Ma Franco, che in realtà all’anagrafe era registrato come Franchino, con la maglia rossonera vinse anche da ragazzino uno scudetto storico: quello della stella. Non era, quest’ultimo un Milan ricchissimo come quello del Cavaliere, ma messo in campo da quel genio di Nils Liedholm che per primo intravide le doti di Baresi. “Lui molto buono, lui campione” disse il Barone dopo aver fatto esordire in serie A a soli 17 anni il ragazzino. Con Liedholm si abbeverò una prima volta ai sacri principi della zona per poi prendere vari master sulla materia sotto la guida di Arrigo Sacchi. Era un libero ultramoderno, fortissimo sia in fase difensiva che d’impostazione. Proprio per quest’ultima dote, fu paragonato fin da giovanissimo al più grande esemplare nel ruolo: Franz Beckenbauer. Da qui si guadagnò il soprannome di cui forse andava più fiero: Kaiser Franz. Ne ebbe anche altri: il piscinin (in milanese il piccolino), datogli da un massaggiatore del Milan ai suoi primi vagiti da titolare non ancora maggiorenne, e il Capitano, tributatogli dalla curva per la quale è stato e sarà sempre il leader maximo della gloriosa storia rossonera. Leader lo era per davvero, quasi impossibile da superare, unico nel dirigere la difesa. Nell’uso esasperato della tattica del fuorigioco con l’arrivo di Sacchi fece scalpore e anche polemica il suo braccia alzato che richiamava l’attenzione dell’arbitro per fischiare l’offside. Ha sempre parlato poco fuori dal campo, mentre parlava tantissimo in campo e soprattutto faceva parlare i fatti. 

Ha vinto tutto ma proprio tutto. La sua bacheca personale sembra la vetrina parigina di Cartier al civico 13 di Rue de la Paix 13: sei scudetti, 3 coppe dei campioni, 2 coppe intercontinentali, 2 super coppe europee e 4 super coppe italiane ed anche 2 campionati di serie B (perché conobbe anche gli anni bui del Milan ma non abbandonò mai da uomo vero la nave). In questa gioielleria manca un pallone d’oro, l’avrebbe strameritato ma si sa, per i giurati, chi fa gol conta sempre di più.

E poi la Nazionale dove i primi anni fu chiuso nel ruolo da un’altra leggenda: Gaetano Scirea. In azzurro ha partecipato a ben 3 Mondiali con una vittoria, un quarto posto e un secondo posto. Che tempi quei tempi, per lui e gli azzurri. Come dicevamo la finale di Pasadena fu maledetta anche perché pur di giocarla e vincerla da capitano recuperò in tempi da record da un’operazione al menisco. Sbagliò, tirandolo alto, il primo rigore (dopo di lui fallirono anche Roberto Baggio e Massaro), le sue lacrime di disperazione fecero piangere tutta l’Italia. Le stesse lacrime dei tifosi, non solo milanisti ma di chi ama il calcio, che accompagnano il suo addio. L’addio di un gigante. 

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