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Faisal Bangal, dalla Serie D alla Coppa d'Africa

Faisal Bangal lavora in un bar e gioca in Serie D, ma in Coppa d'Africa trascina il Mozambico alla prima storica vittoria. La storia di un calcio che diventa riscatto, rinascita e opportunità. 

Il calcio, a volte, sceglie strade che sembrano secondarie. Campi periferici, spogliatoi senza luci, turni di lavoro prima dell'allenamento. E poi, all'improvviso, una notte continentale, uno stadio africano in fermento, una bandiera che non smette di sventolare.

La storia di Faisal Bangal è tutta qui: una linea spezzata che si ricompone, una carriera che sembrava in salita eterna e che invece trova, all'improvviso, il suo senso più profondo.

In Italia, Bangal aiuta la madre nel suo bar, soprattutto per le pratiche e amministrative, e intanto gioca in Serie D, con la maglia del Mestre. In Africa, invece, è diventato il simbolo di una rinascita collettiva: il volto del primo, storico successo del Mozambico in Coppa d'Africa. Due mondi lontanissimi, separati da un oceano e da un sistema calcistico che spesso non sa guardare oltre le etichette.

Eppure, il calcio, quello vero, ogni tanto presenta il conto.

Il gol che cambia una storia

Il 37' di Gabon-Mozambico è un istante destinato a restare inciso. Calcio d'angolo battuto da Geny Catamo, stacco imperioso, colpo di testa pulito, rete. È Bangal a segnare il primo gol del Mozambico nella Coppa d'Africa 2025, l'apripista di un clamoroso 3-2 contro il Gabon di Aubameyang. «Segnare in Coppa d'Africa è qualcosa di indescrivibile – racconta a fine gara – Ho sempre dato tutto per il Mozambico e vivere un momento così è una gioia immensa».

Non è solo un gol. È un messaggio. Perché mentre il Mozambico festeggia la sua prima vittoria di sempre nella fase finale del torneo, in Italia Bangal resta un calciatore "di categoria", schiacciato da regolamenti, limiti burocratici, occasioni mancate.

Dalla Serie D al palcoscenico continentale


Nato nel 1995 a Chimoio, Bangal cresce calcisticamente in Italia, passando per Zingonia, cuore pulsante del settore giovanile dell'Atalanta. È lì che impara il mestiere, che si forma accanto a giocatori destinati alla Serie A, che assapora l'idea di un futuro importante. «Era il dicembre del 2003, arrivai a Bergamo sotto la neve, mentre poche ore prima in Mozambico faceva caldissimo - ha raccontato a La Repubblica - Fu uno shock. A gennaio mi iscrissi a una scuola calcio, sei mesi dopo l'Atalanta mi notò e mi inserì nel settore giovanile. Il calcio mi ha protetto, essere in gruppo aiuta. Ma fuori dal campo mi sono capitati episodi di razzismo, qualche battutina buttata lì. Ho scelto di ignorare gli ignoranti. Alcune volte è meglio denunciare, altre non dar peso a chi ti offende. Purtroppo, in Italia temo sia difficile cambiare a breve su questi temi».

Ma il calcio non è una linea retta. Infortuni, scelte sbagliate, momenti di fragilità mentale. «A vent'anni non avevo la testa di oggi – ha ammesso – Gli infortuni e certe opportunità mancate mi hanno rallentato, ma soprattutto ero io a non essere pronto». Da lì, un lungo viaggio: Ascoli, San Marino, Tuttocuoio, Albania con il Teuta, poi Scanzorosciate, Caravaggio, Alcione, Luparense, Mestre. Sempre avanti, sempre con la sensazione di essere a un passo e mai davvero arrivato.

E intanto, fuori dal campo, una vita normale. «Lavoro nel bar di famiglia, aiuto mia madre soprattutto d'estate», raccontava prima della Coppa d'Africa. Una quotidianità lontana anni luce dalle luci dei grandi stadi.

Faisal Bangal, stella del Mozambico

 Faisal Bangal, il calcio come riscatto

È qui che la parabola di Bangal diventa simbolica. Perché la Coppa d'Africa non è solo un torneo: è un riscatto sociale, culturale, personale. È la dimostrazione che il valore non sempre coincide con la categoria.

«Quando entri in campo contro giocatori come Aubameyang o Mazraoui, devi dirti che sei a quel livello anche tu», ha spiegato. «Altrimenti sei già sconfitto prima del fischio d'inizio». Come contro il Marocco, qualche mese fa. "Mi ha marcato Mazraoui del Manchester United, io pressavo Brahim Diaz del Real Madrid, a cui poi ho chiesto la maglia». Nomi che, fino a poco tempo prima, Bangal guardava in televisione. Poi, improvvisamente, li ha avuti davanti. Stesso campo, stesso pallone, stessa tensione. Dopo il fischio d'inizio, però, tutto cambia. «Quando la palla comincia a girare, l'adrenalina ti trasporta in un'altra dimensione. Non pensi più a chi hai davanti, giochi e basta»

Ma torniamo alla partita, che è ormai è diventata cronaca, anzi: storia. Il Mozambico soffre, incassa, reagisce. Va avanti due volte, viene ripreso, ma resiste. Alla fine è vittoria. Storica. Liberatoria. Per il Paese e per lui.

Il paradosso italiano

Mentre in Africa Bangal è un eroe nazionale, in Italia resta prigioniero di un paradosso regolamentare. Non avendo cittadinanza italiana, può giocare in Serie A o tra i dilettanti, ma non liberamente in Serie C.

Il suo procuratore Daniel Piconcelli, intervenuto su Tuttomercatoweb, non usa giri di parole: «Faisal parla bergamasco meglio di me, vive qui da anni, ma non può giocare in Serie C. È un'assurdità del sistema». Un sistema che spesso non tutela chi cresce, lavora, si forma nel nostro calcio ma resta invisibile. «In Africa è un simbolo, qui deve ancora dimostrare di meritare una chance», ha aggiunto l'agente.

Una nuova opportunità

La Coppa d'Africa potrebbe cambiare tutto. Non solo in termini di mercato, ma di percezione. «Spero di mettermi in mostra, magari mi chiamano all'estero, in MLS», dice Bangal. Non con arroganza, ma con la lucidità di chi sa che il tempo non è infinito.

A trent'anni, il calcio gli ha restituito ciò che sembrava avergli tolto: una possibilità. E forse non conta nemmeno dove porterà. Conta il percorso. Conta l'esempio. Dal bar di Bergamo a una notte africana che sa di storia, Faisal Bangal ha dimostrato che il calcio, quando vuole, sa ancora essere riscatto, rinascita, seconda vita.

In attesa di giocarsi, stasera contro la Costa d'Avorio di Ndicka, il passaggio del turno. Ma intanto Faisal Bangal ha già vinto. 

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