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L'ultimo dribbling di Evaristo

Dallo scudetto del 1980 al rapporto speciale con Bersellini, il ricordo di Evaristo Beccalossi attraversa un calcio romantico fatto di talento, dribbling e amore incondizionato dei tifosi interisti. 

Nel pieno dei festeggiamenti per l'ultimo scudetto, i tifosi interisti devono piangere la scomparsa di uno dei loro giocatori più amati: Evaristo Beccalossi. Il Beck, come era comunemente soprannominato, non è stato solo un numero 10 di grandissimo talento ma ha incarnato per generazioni di supporter nerazzurri un simbolo. Poco importa se fosse discontinuo, alternando giocate incredibili e tocchi di genio a prestazioni anonime e talvolta irritanti. Beccalossi era Beccalossi: un giocatore da amare in modo incondizionato. Questa devozione nacque nella stagione 1979/80, quando l'Inter, guidata da Eugenio Bersellini, si cucì sul petto il suo dodicesimo scudetto. Una vittoria che occupa un posto particolare nel cuore dei tifosi nerazzurri e anche nella storia del nostro calcio.

Fu l'ultimo scudetto, infatti, vinto da una squadra composta esclusivamente da giocatori italiani, perché dall'estate del 1980 furono riaperte le frontiere. Mentre il tifo interista si affezionò a una squadra dalla fortissima identità, capeggiata da un allenatore come Bersellini, ora ingiustamente dimenticato, che fu l'architetto di quel gruppo, insieme al direttore sportivo Beltrami e alla leggenda Sandro Mazzola nel ruolo di consigliere. Bersellini noto per essere un sergente di ferro, all'epoca era una delle categorie più in voga tra gli allenatori, era invece un conoscitore di calcio con una grande profondità d'animo che gli permetteva di toccare le corde dei giocatori più difficili da gestire. Il mister fu la medicina giusta per stimolare la classe e la fantasia di Beccalossi, che, col "mago di Borgotaro" (altro soprannome di Bersellini), toccò dei vertici mai più raggiunti in carriera. Ci permettiamo di dire che il rapporto speciale tra l'allenatore e il suo numero 10 fu l'arma vincente di quella squadra che pure aveva in rosa elementi di altissimo livello con ben 5 giocatori che avrebbero trionfato nel mundial spagnolo due anni dopo: il bomber "Spillo" Altobelli, il portiere Bordon, i centrocampisti Oriali e Marini e un giovanissimo Beppe Bergomi che si affacciò in prima squadra proprio in quella stagione (1 presenza in Coppa Italia). Ma di quella squadra vanno ricordati altri giocatori fondamentali come Pasinato, Canuti (scomparso recentemente), Mozzini, Beppe Baresi, Muraro, Mimmo Caso, voluto espressamente da Bersellini per portare equilibrio, e capitan Bini.

In quel gruppo composto da giocatori forti e solidi mentalmente, dove ognuno sapeva benissimo cosa fare, Beccalossi era la variabile impazzita, il "genio", altro soprannome che l'avrebbero accompagnato in carriera. Un talento così stuzzicò inevitabilmente i grandi giornalisti dell'epoca come Beppe Viola che nel servizio della Domenica Sportiva che commentava un derby contro il Milan vinto dagli interisti per 2 a 0 con doppietta del "Beck" coniò questa frase passata alla storia "mi chiamo Evaristo, scusa se insisto". La leggenda narra che fu lo stesso Beccalossi a dirla al portiere del Milan, un'altra leggenda come Albertosi (che tempi!), dopo avergli rifilato il secondo gol (Evaristo fece una doppietta) nella stracittadina.

La penna di Gianni Brera, invece, tirò fuori un dolceamaro "driblossi" scrivendo "lui quella sfera l'amava, la concupiva" per sottolineare l'eccessiva tendenza al dribbling del numero 10 nerazzurro.

Questa passione smodata nel tener troppo palla, nel cercare sempre di scartare l'avversario, frenò la sua carriera che poteva raggiungere, vista la classe di Evaristo, ben altri traguardi. Non ebbe mai la soddisfazione di esordire in Nazionale, assurdo per uno del suo livello, ma Bearzot non amava la sua anarchia in campo e la sua mancanza di continuità. Poi Beccalossi criticò pubblicamente l'operato del commissario tecnico, chiudendosi da solo le porte per una possibile maglia azzurra.Le sue mancate convocazioni scatenarono infinite polemiche della stampa contro Bearzot e dei tifosi stessi. L'apice di queste discussioni fu raggiunto prima del mondiale di Spagna, quando, a inizio giugno del 1982, la nazionale si ritrovò a Villa Pamphili a Roma prima della partenza per il torneo. Beccalossi non era tra i 22 convocati e una certa Anna Cece, tifosissima nerazzurra e fan sfegatata del "genio", andò verso Bearzot e lo ricoprì d'insulti, tra cui "brutto scimmione". I giornali, da sempre contro l'allenatore, scrissero che il Vecio aveva tirato uno schiaffo alla ragazza. Fu invece un buffetto e poco dopo Bearzot chiamò Anna in albergo per chiederle scusa e successivamente dalla Spagna le mandò una cartolina con tutte le firme degli azzurri che sancì la pace tra i due.

Beccalossi, però, non fu solo Inter. La sua stella iniziò a brillare prestissimo nella natia Brescia dove mise le ali alla primavera delle "rondinelle" che grazie a lui vinsero uno storico scudetto di categoria. Subito l'esordio in B dove fece coppia con il suo amico di sempre Altobelli. Con "spillo" comporranno una coppia perfetta, intendendosi a meraviglia, e insieme andranno all'Inter (Altobelli un anno prima di lui). Dopo gli anni d'oro nella Beneamata, Beccalossi andrà con scarsa fortuna alla Sampdoria e poi cercherà di portare la sua classe in altre piazze in un triste diminuendo non degno del tuo talento: Sampdoria, Monza, Brescia, Barletta e Pordenone.

Nel post carriera alcuni ruoli dirigenziali e di commentatore tv, sempre con ironia e senza troppi peli sulla lingua, sempre alla ricerca di un eterno dribbling. 

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