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È giusto prendersela, altrimenti facciamo solo spot

"Non te la prendere".

Durante il suo collegamento, Greta Beccaglia aveva appena ricevuto una pacca sul sedere e qualche risatina da alcuni "tifosi" all'uscita dal Castellani, dove l'Empoli aveva appena vinto sulla Fiorentina per 2-1. Aveva avuto il coraggio e la prontezza di rispondere "non puoi fare questo" all'autore del gesto. Dallo studio poteva arrivare qualsiasi commento, per stigmatizzare, per incoraggiare la donna, persino per chiudere il collegamento e dare il tempo alla troupe di spostarsi. E invece il conduttore della trasmissione di Toscana Tv, A tutto gol, si è limitato a invitarla a proseguire: "Non te la prendere".

Come a dire che il racconto del reale viene prima di tutto, e al resto ci si penserà poi.

Greta Beccaglia, prima di essere una giornalista, è una donna. Chi l'ha toccata e chi ci ha riso su, invece, è innanzitutto uomo, ancor prima di essere un tifoso (e non importa di quale squadra). E quella è una molestia, a tutti gli effetti.

Proprio nella settimana del 25 novembre, giornata contro la violenza sulle donne, un giornalista si dimentica della sua responsabilità e commette l'errore più comune di chi assiste a episodi simili: minimalizzare l'accaduto, sottovalutando quanto quel gesto fosse violento e pericoloso. Se toccare una ragazza mentre si cammina diventa un gesto per cui è meglio non prendersela, non ci si deve sorprendere se ogni tre giorni una donna viene uccisa, per aver detto "no", o solamente per il fatto di essere donna.

Di fronte all'ondata di indignazione che ha attraversato i social, qualcuno ha persino provato a scrivere che in certi luoghi sarebbe meglio che gli inviati fossero uomini: come se esistessero professioni più adatte a un genere piuttosto che a un altro.

Non stupisce nemmeno che tutto ciò avvenga nei pressi di uno stadio: quel luogo "franco" dove sembra che esistano altre regole e altri valori; dove si può cantare senza mascherina, insultare un atleta per il colore della pelle o (perché no) toccare una bella donna capitata nell'arena.

Molte voci, anche in televisione, si alzeranno per condannare l'accaduto; probabilmente il conduttore di Toscana TV si scuserà per la sua leggerezza. Ma se non si comprende veramente la portata di quel gesto, a che servono le tante iniziative promosse in questi giorni?

Nell'ultima giornata di campionato, abbiamo visto i segni rossi sui visi dei calciatori e tanti annunci da parte degli allenatori, che nelle interviste invitavano a "dare un calcio alla violenza": messaggi meritevoli nelle intenzioni, ma sicuramente poco incisivi se pronunciati in maniera fredda e meccanica, solo perché qualcuno obbliga a pronunciarli. Le scuole, i social e i media si sono riempiti di storie, hashtag e spot sul tema della violenza di genere. Tutto svanito in 30 secondi: a che servono tante parole, se una molestia viene minimalizzata in nome della diretta televisiva?

Ancora una volta, la violenza di genere è un tema che riguarda tutti, uomini e donne, di qualsiasi professione. Ed è un problema che affonda nella nostra cultura, nelle nostre parole. Andiamolo a spiegare fuori: è giusto prendersela, eccome.

Andrea Sciretti 

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