Dall'attacco di France Pierron al rientro nel ritiro del Belgio per la Nuova Zelanda: la scelta di Jeremy Doku riapre il dibattito sui "padri presenti" nello sport.
Jeremy Doku è tornato a Seattle, al ritiro del Belgio, per preparare la prossima sfida contro la Nuova Zelanda, ultimo turno della fase a gironi dei Mondiali. Aveva saltato la sfida con l'Iran, ufficialmente per un'infezione respiratoria, poi era volato in Europa per un momento che non poteva e non voleva perdere: la nascita di suo figlio.
"Dipende da quando accadrà, ma è il mio primo figlio, quindi sicuramente vorrei esserci - aveva spiegato l'attaccante del Manchester City ai microfoni di Reuters il 15 giugno - Se mi chiedete cosa desidero, la mia risposta è che nessuno vuole perdersi la nascita del proprio primo figlio. Ma so anche che il calcio implica molte altre considerazioni. So che la federazione sostiene i suoi giocatori e comprende la loro situazione. Vedremo cosa possiamo fare".
Era stata proprio la Nazionale belga a spegnere le polemiche con un post social di auguri: "Con l'approvazione e accompagnato da uno dei nostri medici del team, Jeremy ha viaggiato verso Londra per essere con sua moglie per questa occasione unica". Mentre qualche ora fa ha parlato anche Doku, con una storia Instagram: "Shireen e Praise stanno bene e il mio cuore è pieno di gratitudine. Dare il benvenuto nel mondo a mio figlio è una delle più grandi benedizioni che Dio mi abbia mai dato".
Parole che chiudono giorni di polemiche, scatenate dalle dichiarazioni di France Pierron, giornalista de L'Équipe: "Stai vivendo un sogno d'infanzia, eppure devi rinunciare a tutto per assistere alla nascita di tuo figlio: un momento disgustoso, se mi passate l'espressione, in cui il padre è completamente inutile". E ancora: "Ti tiene solo la mano e si fa una foto". La giornalista era poi stata costretta a scusarsi: "Capisco che possano aver scioccato, offeso o ferito alcuni di voi, e me ne scuso. La mia intenzione non è mai stata quella di minimizzare il ruolo dei padri nei confronti delle loro compagne e dei loro figli".
In realtà le critiche al giocatore della nazionale belga erano già partite. E tra i primi a prendere posizione era stato un ex allenatore di Doku, Gunter Jacobs ("Quando vai a un Mondiale, fai quella scelta – si legge sul sito di notizie belga VRT – "Può sembrare dura, ma quando sei lì, scegli di giocare. Quel bambino sarà ancora lì dopo") mentre il Guardian riporta le parole di Gery Verheyen, ex nazionale belga: "L'unica cosa che può dire è: 'Stai andando alla grande, continua così'". Sul tema è intervenuto, in Italia, anche Ciro Ferrara, oggi opinionista su DAZN: "Personalmente, se lo chiedete a me, io sarei rimasto ai Mondiali e avrei visto mio figlio attraverso FaceTime, come ha fatto Ostigard", con riferimento al difensore del Genoa che ha deciso di assistere alla nascita ma a distanza, rimanendo in ritiro con la Norvegia. Tra i colleghi, solo Ollie Watkins, attaccante dell'Aston Villa e della nazionale inglese, si è schierato con Doku: "Non credo che siano affari di nessun altro cosa faccia dopo l'allenamento".
Ricostruire le polemiche, il dibattito e la vicenda che ruota intorno alla scelta personale di un professionista è importante perché permette di riflettere su luoghi comuni e pregiudizi, di capire alcune dinamiche della nostra società e soprattutto di indagare un tema sottovalutato: la paternità nello sport. O meglio: la paternità oggi.
Ne ha parlato, ai microfoni del Guardian, Jeremy Davies, del Fatherhood Institute del Regno Unito, ente impegnato nella valorizzazione, preparazione e supporto del ruolo paterno degli uomini: "Mi sembra assurdo che ci siano ancora queste grandi polemiche quando gli uomini parlano del desiderio di fare la cosa più elementare che si possa immaginare, ovvero essere presenti alla nascita del proprio bambino". Secondo Davies, le critiche alla decisione dell'attaccante sono un retaggio antico: "Non ci siamo ancora evoluti rispetto all'immagine di gladiatori del Colosseo. Quel tipo di eroi maschili che non dovrebbero avere alcuna dolcezza, nessun impegno familiare o cose del genere".
E proprio di eroi, anzi di supereroi, parla Alberto Pellai nel suo libro "Da uomo a padre", in cui riflette sul ruolo e sui bisogni emotivi dei padri del terzo millennio: "Ma oltre a questa dimensione da supereroe, c'è una dimensione più quotidiana e normale, molto meno rumorosa ed eclatante [...] È un nuovo modo di intendere la responsabilità che non dipende più da ciò che l'uomo riesce a fare fuori dalle mura di casa, bensì è strettamente legato alla capacità stessa del padre di essere presente nella vita del figlio". Pellai, psicoterapeuta, scrittore e ricercatore all'Università degli Studi di Milano, identifica nella necessità di presenza una delle caratteristiche principali dei nuovi padri: padri emotivi, sensibili, presenti, coinvolti.
La scelta di Jeremy Doku, così come quella di Leo Ostigard, è una scelta che va in questo senso: trasmette l'idea di un impegno nuovo e necessario, della necessità di rimettere ordine alle cose della vita. Ed è ancora più significativo che tutto questo arrivi dal mondo del calcio, un ambiente che troppo spesso è stato portavoce di una mascolinità tossica, di un machismo prepotente, di un'immagine del professionista e dell'uomo che non può e non deve pensare a nulla se non al risultato, al successo, alla vittoria.
Perché per certi cambiamenti c'è bisogno di modelli, di esempi, di storie. E anche il calcio può fare la sua parte.



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