Un grido che attraversa Gaza, lo sport, i sogni e le vite spezzate: cosa significa davvero essere bambini in tempo di guerra?
"Definisci bambino". Chiede in diretta nazionale Eyal Mizrahi, presidente dell'associazione Amici di Israele.
"Definisci bambino". Così risponde alla domanda di Bianca Berlinguer, conduttrice di Cartabianca su Rete4, che gli chiede degli oltre 20 mila bambini uccisi a Gaza in questi due anni di guerra, di bombardamenti, di pulizia etnica. Di genocidio.
Definisci bambino.
Mentre inizio a scrivere questo articolo, in televisione scorrono le immagini di Matteo Salvini, Vicepresidente del Consiglio del mio Paese, che alla televisione israeliana parla del terrorismo islamico come della "più grande minaccia del mondo". Parla del diritto di Israele a difendersi, parla di libertà e di democrazia. Ma soprattutto ride. Ride mentre si parla di guerra, ride mentre la giornalista lo incalza sul piano di invasione e di cancellazione di Gaza City.
Definisci bambino.
Inizio a scrivere qualche riga. Il mio bambino mi dorme in braccio, felice, fortunato, dalla parte giusta del mondo. Poco prima di cena, con la mamma, avevamo deciso di non guardare il telegiornale. Non volevamo un'altra mezz'ora di brutte notizie, di guerra e di odio. Di bambini tremendamente meno fortunati di noi. Di famiglie che scappano. Di famiglie che non hanno più speranze per il futuro. Di famiglie che non esistono più.
Mentre cerco notizie e informazioni, mi imbatto in una foto. Arriva dalla Palestina: protagonisti sono due bambini. Uno in porta, l'altro dietro il pallone. Una rincorsa, un tiro. Ecco, definisci bambino. Un bambino che gioca, che si diverte, che prova a essere felice anche mentre tutto, intorno a lui, crolla. Un bambino che insegue un pallone, come si insegue un sogno.
Poco più di un bambino era Mohammed Al-Thalatini, 17 anni, ucciso lo scorso 11 settembre. Lo stesso giorno in cui i nostri bambini e i nostri ragazzi tornavano a scuola. È il decimo ragazzo dell'Al-Mohtarifin Football Academy di Gaza a essere ucciso dalle forze di occupazione israeliane. Prima di lui Yousef Al-Najjar, Abdul-Qadder Abu-Samra, Karim Shaat, Salah Abu-Dalou, Abdulruhman Abu-Ghola, Sobhi Abu-Samra, Abdullah Jarada, Nasr Jarada e Mohammed Salem. Dell'accademia non è rimasto nulla.
Il 12 settembre, invece, veniva ucciso Mohammed Al-Sultan, giocatore dell'Al-Hilal Sports Club. Una delle oltre 30 vittime, di cui 12 bambini, dei bombardamenti avvenuti nella notte tra il 12 e il 13 settembre. Una bomba ha centrato la sua casa: per lui e per la sua famiglia non c'è stato nulla da fare. La settimana prima era stato ucciso un suo compagno di squadra, Malik Abu-Amaren, mentre era in fila per il pane, come accadde a Suleiman Al Obeid. Sono altri sei i calciatori della stessa squadra giovanile a essere stati uccisi: Karim Abu Shmala, Yazan Hamdouna, Mahmoud Abu Dan, Omar Al Jamasi, Atef Dabbour, Mohammed Abu Dan.
"Diciotto giovani vite spezzate. Diciotto famiglie devastate dalla disumana violenza sionista – scrivono su Instagram gli amici di Calcio e Rivoluzione – Diciotto storie di cui nessun media mainstream parlerà. Perché il potere mediatico, come sempre, seleziona quali storie vale la pena raccontare e quali no. Quali morti considerare di Serie A e quali di Serie B. Diciotto storie che ci devono ricordare che Israele sta completamente e deliberatamente distruggendo il movimento calcistico palestinese. Giovani vite umane spezzate. Sogni infranti".
Gli stessi che si vedono negli occhi dei bambini che fuggono da Gaza, che piangono impauriti perché hanno visto i soldati israeliani, che attendono per ore un pezzo di pane, che cercano tra le macerie qualcosa o qualcuno.
Occhi che mai dovremmo vedere in un bambino.



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