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Il Governo ha inasprito le pene per chi aggredisce gli arbitri (senza pensare ad approcci educativi)

Con il Decreto-legge 96/2025 il Governo inasprisce le pene per le aggressioni agli arbitri durante eventi sportivi. Ma giuristi e critici sollevano dubbi sull'efficacia e sulla proporzionalità della norma. 

Novità in arrivo tra calcio e diritto penale. Il Decreto-legge n. 96 del 30 giugno 2025, che dovrà essere convertito in legge entro 60 giorni e che viene definito più comunemente "Decreto Sport", da un lato prevede una serie di norme finalizzate a supportare logisticamente ed economicamente alcuni grandi eventi sportivi, dall'altro introduce alcune modifiche al codice penale.

Come spiegano gli avvocati Nicolò Laitempergher e Armando Simbari su Calcio e Finanza, dal 1° luglio 2025, quindi, viene previsto un sensibile inasprimento della pena prevista per il reato di lesioni agli arbitri "in occasione delle manifestazioni sportive". La modifica normativa equipara i direttori di gara ad altri ufficiali (agenti di polizia giudiziaria o a soggetti esercenti la professione sanitaria) e prevede, per chi arreca gravi lesioni ad un arbitro, una pena di minimo 4 a massimo 10 anni di reclusione, che possono salire addirittura a 16 anni in caso di lesioni "gravissime".

"Si tratta di un significativo aggravio di pena, pari infatti a circa un terzo della fattispecie ordinaria di lesioni" spiegano gli esperti che sottolineano come la scelta legislativa si inserisca in un'iniziativa normativa del Governo diretta a "orientare le condotte della comunità in vista di importanti manifestazioni che interesseranno l'Italia nei prossimi anni, come le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, le ATP Finals di Torino e l'America's Cup a Napoli."

Non mancano però critiche e dubbi, in particolare sull'inasprimento e sulla proporzionalità della pena ("una sanzione che si avvicina a quella prevista per fattispecie ben più gravi come, ad esempio, l'omicidio preterintenzionale, punito con la reclusione da dieci a diciotto anni") e sulla scelta stessa di un nuovo assetto normativo:

"Ci si deve però interrogare se la scelta di ricorrere alla repressione penalistica di siffatti comportamenti sia davvero giustificata da effettive esigenze di tutela e di deterrenza o piuttosto rappresenti una reazione politica e demagogica a fenomeni sociali che oramai sono – purtroppo – piuttosto diffusi ma che forse meriterebbero, più che una risposta sanzionatoria, un approccio preventivo che porti ad un cambiamento culturale".

La ricetta, ancora una volta, è quella più facile e più populistica, capace di attrarre titoli e consensi: gli arbitri vengono aggrediti? Allora alziamo le pene. Stessa ricetta provata per il tema della violenza sulle donne, con la creazione del reato di femminicidio che però non aggiunge nulla e soprattutto non garantisce maggiore libertà e sicurezza alle donne. In entrambi i casi, ovviamente molto diversi, manca la parte più importante: quella delle politiche educative, formative, culturali, di prevenzione e di contrasto. Le più difficili, certo, ma anche le più efficaci. 

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