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Se anche il calcio (e lo sport) è una questione di privilegio di classe

Il calcio italiano perde talento perché perde accessibilità: tra costi sempre più alti, spazi che scompaiono e scuole carenti, lo sport diventa un privilegio per pochi. 

L'ennesima disfatta mondiale dell'Italia è passata ormai da qualche settimana. Della crisi del calcio italiano si parla da giorni. Gravina si è dimesso, la nazionale è stata affidata a Silvio Baldini per le prossime amichevoli. Si parla, si scrive, si discute. Girano dossier, si propongono progetti, si sentono opinioni. Tra queste, quelle di Dino Zoff del 2023 suonano ancora attuali: "Oggi manca il campetto, l'oratorio. Oggi i campetti sono tutti chiusi a chiave. Per entrarci devi pagare. E quando paghi poi le cose cambiano, salta la legge del campo dove il più forte o il più bravo vince e dove tutti migliorano".

Stesse parole che mi aveva detto Roberto Beccantini in questa intervista, dove parlava di "ridare al calcio l'erba, il fango, la strada, l'oratorio. La polvere. La polvere di stelle che diventa polvere da sparo per sparare, e spararci, verso il sogno", perché al calcio "manca la strada, lo spazio autentico".

La questione della crisi calcistica italiana e della mancanza di talento è infatti una questione di spazi, di opportunità, di privilegi. È una questione di classe, per uno sport che nasce come popolare ma che oggi non lo è più.

 Il calcio e lo sport come privilegio

Partiamo dai dati: secondo la ricerca dell'Istat "La pratica sportiva in Italia" il 24,7% dei bambini e delle bambine italiane tra i 6 e i 14 anni non pratica sport. L'Italia, secondo l'elaborazione del Centro Studi Sport di Sport e Salute, è ultima in Europa per percentuale di ragazzi e ragazze che praticano attività fisica quotidiana secondo le raccomandazioni OMS: nel 2022 era solo il 9% dei ragazzi e il 13% delle ragazze di 11 anni a fare pratica sportiva, con una percentuale che scende rispettivamente al 3% e al 7% dopo quattro anni. Tra i motivi principali dell'abbandono spiccano la mancanza di tempo (41,9%) e la mancanza di interesse (39,1), ma per il 7,6% degli intervistati la scelta di lasciare lo sport è legata soprattutto a motivi economici.

Un'inchiesta di Andrea Romano per Il Fatto Quotidiano evidenzia i costi, sempre più alti, per allenarsi e giocare a calcio nelle città italiane: a Roma si può arrivare a spendere 1.250€, a Milano il prezzo medio si aggira intorno agli 800€, l'Academy dell'Atalanta costa 700€ a stagione, in provincia si può scendere intorno ai 500€. E questi sono i prezzi che, nella migliore delle ipotesi, includono il kit tecnico. Altrimenti sono altri costi per le famiglie, da sommare al costo degli scarpini (che va dai 50 ai 280€), della benzina per le trasferte e per gli allenamenti. Per non parlare poi delle nuove frontiere di monetizzazione: i Summer Camp (per quello del Milan, in Valle d'Aosta, bisogna sborsare 895€ per una settimana, per quello del Napoli a Dimaro 640€ per 5 giorni), le scuole di tecnica, gli allenamenti individuali. Il calcio che diventa business non solo in Serie A, ma anche alla sua base, proprio lì dove nasce la passione, dove sboccia il talento. Il sogno di cui parlava Beccantini diventa un sogno a pagamento. La legge del più bravo di Zoff diventa la legge del più ricco, dove gioca chi paga, si allena chi se lo può permettere, va avanti chi è più ricco. Una pratica che coinvolge tutti i livelli, un mondo dove tutto ha un prezzo, come dimostrato da Quotidiano Sportivo: 35 mila euro da versare al procuratore di turno per giocare in Serie C, 50 mila euro se si punta a squadre di A o di B, altri 30 mila euro per arrivare alla convocazione nelle nazionali giovanili.

Un'inchiesta sul costo del calcio per le famiglie è stata condotta a inizio anno anche da Gazzetta Regionale, che ha analizzato il caso del Lazio: tra Rieti e Viterbo una stagione di allenamenti e partite costa 580€, nella provincia di Frosinone 750€, in quella di Latina 670€. "Una pluralità di situazioni che rende bene l'idea di quanto possa rivelarsi complicato per una famiglia far quadrare tutti i conti - si legge - Anche perché, come ormai sappiamo tutti da tempo, l'adeguamento degli stipendi non segue di pari passo l'aumento del costo della vita, specialmente in una città come Roma".

Secondo una ricerca del 2023 di Federconsumatori, il calcio è il terzo sport più caro in Italia per quanto riguarda i costi sulle famiglie: primo posto per il nuoto, con 869€ l'anno, e secondo per la danza classica, 749€. Il pallone, con 678€ di media e una variazione del 6% rispetto all'anno precedente, costa più del tennis (664€), delle arti marziali (655€), del basket (509€) e della pallavolo (496€). Costi sempre più alti e, spesso, insostenibili.

Il ruolo della scuola

Uno sport per pochi, insomma, che rischia di diventare per pochissimi senza una visione d'insieme. Una visione che tenga conto anche e soprattutto dell'educazione. Perché quando i campetti spariscono, ci dovrebbe essere la scuola a offrire un'alternativa, a guidare, a indirizzare. Se in Norvegia hanno deciso di investire in maniera massiccia sul fronte dell'istruzione e dell'accessibilità allo sport, in Italia siamo ancora decisamente indietro. Secondo OpenPolis sono solo il 38,3% gli edifici scolastici statali dotati di una palestra o di una piscina, con una disparità che si fa sempre più forte soprattutto tra nord e sud: agli ultimi posti, con meno di un edificio su 4 dotato di palestra, Sicilia (24,6%), Umbria (23,3%) e Calabria (meno del 20%).

Numeri a cui sono strettamente collegati altri dati: il 58,4% dei minori in condizione di deprivazione sociale non può permettersi attività di svago a pagamento. O ancora: 7 su 10 le ragazze con genitori laureati che praticano sport nel tempo libero, ma la quota scende a 3 su 10 tra le figlie di non diplomati. È qui allora che si deve intervenire: nelle infrastrutture scolastiche ma anche negli spazi pubblici, che intanto stanno sparendo. Nel paese in cui abito uno degli ultimi campi di calcetto è stato sostituito da due campi di padel. Per giocare nell'ultimo rimasto ti servono 7 euro l'ora più 10 di assicurazione. Per fortuna resiste ancora il campetto della chiesa, ma è un unicum in tutto il territorio.

"All'oratorio si cresceva imparando che nulla nella vita è dovuto: se uno è più bravo, magari vince - racconta ancora Zoff - E allora tu per essere bravo uguale devi correre di più, essere più furbo, applicarti, imparare, crescere. Perché nessuno lo farà per te… Il campetto insegna la vita". Il problema, però, è che adesso è a pagamento. 

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