Nel docufilm di Corrado Punzi la storia di Ascus Lecce, prima squadra italiana di Calcio non vedenti. Non un film sul limite, ma sulla possibilità: il pallone come bussola nel buio, la squadra come famiglia, lo sport come vita che insiste.
Ci sono storie che nascono nel fragore di uno stadio e altre che esplodono nel silenzio. "Come fosse luce" appartiene alla seconda categoria: un titolo che sa di promessa e di resistenza, scelto dal regista Corrado Punzi per raccontare non tanto il Calcio non vedenti, ma la traiettoria invisibile che separa la fragilità dalla forza. Perché, come dice lui stesso, «l'obiettivo non è parlare di persone non vedenti che giocano a calcio: lo sport diventa metafora delle difficoltà nella vita e della lotta per affrontarle».
Al centro di questo film-documentario c'è l'Ascus Lecce, la prima squadra italiana di calcio a cinque per non vedenti, nata nel 1985. Una squadra che ha anticipato tutti, prima ancora che in Italia si parlasse di sport inclusivo. La palla, all'inizio, non aveva sensori o tecnologie: aveva tappi e cordicelle e il rumore diventava orientamento. «Abbiamo messo cordicelle e tappi legati al pallone in modo che facesse rumore», ricorda Salvatore Peluso, fondatore del club. «Eravamo un gruppo di circa dieci persone, è stato un calcio inclusivo, avevamo trovato un modo per fare uscire di casa i ragazzi». Peluso, cieco dall'infanzia per l'esplosione di un ordigno, non ha solo inventato una soluzione tecnica: ha inventato un mondo. È dalle sue parole che nasce il titolo: «I giocatori di calcio a cinque si abituano al buio come se fosse luce». E quando qualcuno trova la luce dove gli altri vedono solo oscurità, inevitabilmente genera visioni — e vocazioni.
Una di queste è quella di Davide Dongiovanni, cieco dall'età di nove anni: «Per me che già amavo il calcio è stato quasi un regalo, una palestra di vita e valori fondamentali dentro e fuori dal campo. Ho imparato a vivere». La sua voce non racconta un successo sportivo, ma un'evoluzione interiore: scoprirsi capaci, all'altezza, vivi. Oggi Ascus Lecce è la squadra più titolata d'Italia nel Calcio non vedenti, un tema che qui su Il Catenaccio avevamo approfondito tante volte. Ma Punzi non filma trofei: filma respiri, esitazioni, tentativi. La macchina da presa ascolta, più che guardare. «Il mio intento non è stato spingere lo spettatore a identificarsi nella persona non vedente - precisa il regista - ma stimolarlo a pensare a come potrebbe comportarsi nel momento in cui si presentano nella sua vita momenti di difficoltà».
Accanto ai veterani c'è il presente fragile e bellissimo di Alessio Ingrosso, ventenne ipovedente che nel film cerca sé stesso più che un pallone: «Mettermi in gioco mi ha aiutato a parlare, confrontarmi e stare meglio con me stesso». È lui a comparire nella locandina, con la mascherina nera: perché nel calcio per non vedenti chi vede "un po'" deve rinunciare a quel poco per equilibrare il mondo. Ma il tempo passa e la squadra oggi affronta una sfida forse più dura del campo: il ricambio generazionale. «Sarei molto rammaricato di non riuscire a dare un seguito alla squadra», confessa Peluso. È una richiesta, un testimone passato nell'aria, in attesa di nuove mani.
"Come fosse luce" debutta proprio nel quarantesimo anno di vita di Ascus Lecce: sarà presentato in anteprima nazionale a Lecce il 17 novembre, in occasione del Festival del Cinema Europeo, poi arriverà a Palermo, dove è tra i finalisti al 45° Paladino d'Oro. Un film che narra una storia, come un cerchio che si chiude e subito si riapre, come una porta che qualcuno deve spingere di nuovo. Perché al buio ci si abitua, sì. Ma la luce, quella, la si costruisce insieme



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