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La storia di Cole Palmer, Saint Kitts and Nevis e lo scandalo della Windrush Generation

Cole Palmer, stella del Chelsea, e la sua storia tra gol, radici caraibiche e la memoria della Windrush Generation. 

La famiglia di Cole Palmer

L'uomo del momento, a Londra e a New York, a Parigi e a Manchester e più in generale ovunque ruoti un pallone, è lui: Cole Palmer, ala o attaccante poco importa, fresco campione del mondo per club con il suo Chelsea. C'è la sua firma sulla finale vinta contro il Paris Saint Germain di Luis Enrique: due gol e un assist per Joao Pedro. Numeri a parte però è la magia del suo tocco, la semplicità del gesto tecnico e atletico, la naturalezza con cui questo ragazzo, classe 2002, riesce a fare cose sovrannaturali a bucare lo schermo e ad arrivare a tutti. Ad appassionare e a stupire. Scavetto, tocco preciso, pennellata. E poi l'esultanza alla sua maniera, mani sulle braccia per proteggersi dai brividi, dal freddo. Cold Palmer.

Se zoomate su quegli oggetti da artista che sono i suoi piedi, però, troverete un dettaglio non da poco: l'emoji del freddo, certo, visto che è un marchio di fabbrica che vuole addirittura registrare. La bandiera dell'Inghilterra, ovviamente. Ma poi ce n'è un'altra: una banda diagonale nera, bordata di giallo con all'interno due stelle bianche, e poi due triangoli, uno verde e uno rosso. Bisogna andare lontano per capire che bandiera è. Bisogna arrivare a Saint Kitts and Nevis, 261 chilometri quadrati di stato, immerso nell'Oceano Pacifico, nelle Piccole Antille. Per capire cosa c'entra Cole Palmer con Saint Kitts and Nevis, invece, bisogna tornare indietro nel tempo.

Cole Palmer con il nonno

 La storia del nonno Sterry e le origini caraibiche di Cole Palmer

E arrivare a nonno Sterry, che qui è nato e qui ha vissuto insieme alla famiglia per tutta l'infanzia, nella casa di pietra di Basseterre, la capitale. Insieme al cugino Ossie passavano le giornate nei parchi e nel verde di questa nazione caraibica. "I miei ricordi di quando ero piccolo a St. Kitts sono confusi – racconta - ma ricordo di aver giocato a cricket con i miei amici". Un'infanzia semplice, certo, ma comunque felice. Fino a quando nel 1955 i genitori decisero di tornare in Inghilterra. Sterry rimase ancora qualche anno, con i nonni, ma poi, nel 1960, si spostò anche lui. "Ciò che ricordo più vividamenteha raccontato in un'intervista al DailyMail - è il viaggio di due settimane da St Kitts a Southampton nel 1960. È stato terribile. Sono arrivato con mia zia Pearl, mio fratello St. Clair e due miei cugini e abbiamo condiviso una cabina angusta. Ho sofferto il mal di mare praticamente per tutta la traversata. Quando finalmente attraccammo a Southampton, fui enormemente sollevato di lasciare la nave, ma il mio primo ricordo dell'Inghilterra fu quanto freddo facesse. Anche a maggio". Southampton, Londra, infine Manchester. Ed è qui che la sua storia e quella di Cole Palmer si intreccia con la vicenda e lo scandalo della Windrush Generation.

La nave Empire Windrush

 Windrush Generation: il legame storico dimenticato

Empire Windrush, si chiamava così l'ex nave militare della marina inglese che arrivò al porto di Londra il 22 giugno 1948. A bordo 492 persone, soprattutto migranti giamaicani e caraibici, arrivate nel Regno Unito per lavorare. Come si legge in questo articolo, fu solo il primo di molti sbarchi di questo genere. La motivazione era economica e pratica: il governo inglese aveva bisogno di nuova forza lavoro nel Dopoguerra e aveva invitato i cittadini del Commonwealth a emigrare nel Regno Unito per partecipare alla ricostruzione. A dire la verità molti, almeno fino al 1952, preferivano migrare negli Stati Uniti: erano più vicini, erano più ricchi, c'era già una comunità di West Indians stabile. Ma con il McCarran-Walter Act la politica statunitense bloccò il flusso migratorio dalle isole: massimo 800 entrate l'anno, equamente distribuite a seconda del luogo di provenienza. Come ha sottolineato Giorgia Polli su Apertamente, questo fu un incentivo a migrare verso il Regno Unito, reso ancora più forte dal British Nationality Act, che dal 1948 permetteva agli abitanti delle isole la libera entrata in Gran Bretagna.

Il tempo passa, i numeri crescono: nel 1955 i migranti caraibici superano le 20 mila unità. Nel paese inizia a generarsi un movimento popolare a favore di restrizioni alle migrazioni, che si tradusse sia in politiche che in atteggiamenti discriminatori: "Per la maggior parte di questi immigrati, la vita in Inghilterra si rivelò terribilmente diversa rispetto alle aspettative che si erano creati – continua Giorgia Polli - nel nuovo paese trovarono estati fresche e inverni gelidi, furono costretti ad alloggiare in quartieri malfamati o distrutti dalla guerra, in case cadenti e squallide. Una stanza per famiglia era la norma a quel tempo e gli immigrati che avevano la sfortuna di essere da soli si scontrarono con il razzismo e i pregiudizi anche nel mercato abitativo: spesso le stanze in affitto esponevano cartelli con le scritte "no coloureds" in bella vista".

Discriminati già all'epoca, ma necessari per la ricostruzione, i migranti caraibici della Windrush Generation tornarono nel mirino della politica nel 2012, quando il governo conservatore guidato da David Cameron mise in pratica la cosiddetta "Hostile environment policy", la politica dell'ambiente ostile. Furono una serie di leggi, volute dall'allora Segretaria agli Interni Theresa May, per contrastare duramente l'immigrazione illegale: se volevi lavorare, se volevi affittare una casa, se volevi accedere al sistema sanitario dovevi avere i documenti. Gli immigrati della Windrush Generation fino a quel momento avevano potuto stabilirsi sul suolo britannico senza però poter ottenere la cittadinanza. Nel 2012, allora, vennero tagliati fuori dalla vita del Regno Unito. Inglesi, ma senza la cittadinanza. Inglesi, ma senza un documento che lo attestasse.

Un vuoto normativo che costò carissimo a migliaia di persone e che fu portato alla luce grazie al lavoro giornalistico di testate come il Guardian, che costrinse Theresa May, che intanto era diventata prima ministra, a scusarsi. Nel 2019 venne stabilito un piano di risarcimento per le vittime dello scandalo: 15 mila le persone coinvolte, solo il 5% effettivamente risarcito. Molti di loro, prima che l'opinione pubblica scoprisse lo scandalo, furono deportati e arrestati, altri invece perso tutto: casa, lavoro, stabilità.

Per questo quella bandiera sugli scarpini di Cole Palmer è così importante: perché ricorda un legame che può essere famigliare ma allo stesso tempo storico, culturale, politico. Un legame dimenticato e che può essere ricordato anche a suon di gol. 

Lo scarpino di Palmer con la bandiera di Saint Kitts and Nevis

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