Dall'impresa contro Spagna e Argentina alla crescita del movimento calcistico: la storia di Capo Verde passa per Sidney Cabral, Henrik Larsson, le strade trasformate in campi da calcio e un'identità costruita tra talento e passione.
0 a 0 contro i Campioni d'Europa della Spagna, alla prima partita in assoluto ai Mondiali. 1 a 1 per 90 minuti contro i Campioni del Mondo in carica, l'Argentina di Leo Messi, tenuti in apprensione fino ai tempi supplementari prima di cedere e uscire di scena.
Finisce così la Coppa del Mondo del Capo Verde, l'unica favola di una rassegna iridata fatta dai grandi per i grandi del calcio e del pianeta. Finisce così, non prima che Sidney Lopes Cabral decidesse di scrivere un altro pezzo di storia, sua e del suo Paese, con uno dei gol più belli visti finora. Chi glielo avrebbe detto, quattro anni fa, quando firmava con il Rot-Weiß Erfurt, quarta serie tedesca, dopo aver girovagato tra le giovanili di Twente e Feyenoord. Oggi gioca al Trabzonspor, che lo ha pagato 10 milioni di euro al Benfica.
A voler scavare negli archivi, però, la carriera del terzino, nato a Rotterdam nel 2002, inizia sul serio in Svezia, all'accademia di Helsingborg. Dove dieci anni prima della sua nascita giocava e segnava un altro campione con sangue capoverdiano nelle vene. Era Henrik Larsson, l'attaccante con i rasta, oltre 170 gol in 220 partite con il Celtic, Campione d'Europa con il Barcellona nel 2006. È il 1971 quando Francisco Rocha, marinaio dell'arcipelago africano, attracca con la sua nave proprio nel porto di Helsingborg, più vicino a Copenaghen che a Stoccolma. Qui conosce Eva Larsson, operaia, e non ci pensa due volte a mollare tutto e farsi assumere nella stessa fabbrica. Qualche anno dopo arriva Henrik e decidono di dargli il cognome della madre: sarebbe stato più facile per lui essere accettato. Non bastò, ma questa è un'altra storia.
Per cercare il segreto del successo di Capo Verde, però, bisogna lasciare l'Europa, anche se è qui che gioca la maggioranza dei calciatori convocati dal CT Pedro Leitao Brito, in arte Bubista (tra cui c'è Dailon Livramento, attaccante dell'Hellas Verona). Un segreto che racconta qualcosa anche del fallimento dell'Italia. «In realtà noi siamo un Paese in cui i calciatori iniziano a giocare sul serio grazie a quello che hanno a disposizione» racconta alla BBC Silveria Nedio, fondatrice della Bola Pra Frente Academy. «La prima infrastruttura in cui i ragazzi giocano è la strada. Abbiamo strade piene di macchine, ma possiamo trasformarle in campi di calcio. I nostri ragazzi sono nati con il pallone e il pallone è la loro gioia, soprattutto quando parli di Paesi considerati sottosviluppati».
Quella gioia, intanto, ha alimentato sogni che sono poi diventati realtà. «Penso che tutto questo non creerà solo motivazione», spiega Mario Semedo, presidente della federazione calcistica del Paese. «Un altro vantaggio della nostra partecipazione alla Coppa del Mondo è che potremo anche investire parte dei bonus della FIFA nello sviluppo del calcio locale».
Che vuol dire nuovi stadi, nuovi centri di allenamento, nuovi programmi di formazione, di preparazione, nuovi investimenti per i club. Tra loro ce n'è uno in particolare di cui vale la pena raccontare la storia: il Gruppo Desportivo, Recreativo e Cultural Fiorentina, nato nel 1994 nella città di Porto Novo, sull'isola di Santo Antão. C'è un torneo, ci sono le squadre, ma mancano i nomi. «Ci sfidarono», racconta al Corriere della Sera Jairson dos Reis Tavares, dirigente della squadra. «Considerando il nostro rapporto con il Portogallo, l'ammirazione per Rui Costa e il fascino del calcio italiano, la scelta fu facile: Fiorentina». Dai tornei cittadini alla creazione di una squadra vera e propria, poi il debutto nel campionato regionale, la vittoria nel 2007, la Supercoppa nel 2008. «Ma le maglie non sono sempre viola, è una tonalità difficile da reperire nel mercato locale. Ma il viola è sempre nel nostro cuore».
Parla di cuore anche Vozinha, la grande star di questo Mondiale, forse anche più di Messi, Ronaldo e Mbappé: «Adesso quasi tutti sanno dov'è Capo Verde e soprattutto cos'è: un piccolo Paese con un cuore grande». E di cuore parlava anche Clavdio, cantautore romano ma di origini capoverdiane. Si chiama proprio "Cuore" la sua canzone più famosa (contenuta nell'album Togliatti Boulevard, che poi è lo stesso nome della squadra russa dove gioca l'attaccante della nazionale Gilson Benchimol Tavares, l'Akron Togliatti).
Nella parte finale, il testo dice così: «E diventa un posto bello anche la Snai senza di noi». Ed è un po' come questo Mondiale, ma al contrario. Che diventa un posto bruttissimo senza la favola del Capo Verde.





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