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Camminare per tornare a giocare: la storia del St Helens Walking Football Club

Nato quasi per caso, oggi il club del Merseyside riunisce oltre 150 persone tra principianti, ex professionisti e perfino una campionessa del mondo. Il walking football è molto più di uno sport: è un ponte sociale che restituisce movimento, relazione e dignità. 

Dieci anni fa, a St Helens, cittadina del Merseyside, in Inghilterra, un piccolo annuncio sul giornale locale non sembrava destinato a lasciare il segno. Invitava semplicemente a provare una nuova attività sportiva proposta dal consiglio comunale: il "walking football", una versione camminata del calcio pensata per rimettere in movimento chi, per età o condizione fisica, aveva ormai lasciato il pallone da parte. Peter Fitzpatrick, oggi presidente del club, ricorda bene quel momento: il figlio gli mostrò l'annuncio e gli chiese se volesse provare. Da lì, è iniziata una storia che oggi sembra quasi straordinaria.

All'inizio, però, nulla faceva presagire ciò che sarebbe successo. Alla prima sessione si presentarono dodici persone, poi il numero scese a otto, poi risalì con lentezza quasi ostinata. Per mesi il gruppo oscillò, fino a stabilizzarsi intorno ai quindici membri. Nessuno immaginava che, un decennio dopo, il St Helens Walking Football Club sarebbe arrivato a superare le 150 iscrizioni, diventando un punto di riferimento nazionale e attirando persino campioni del mondo.

Tra loro c'è Jill Thomas, parte della nazionale inglese over 50 femminile che a ottobre ha vinto il titolo mondiale al FIWFA World Nations Cup ad Alicante. Una gioia enorme, certo. Ma nel raccontarla, lei stessa ammette che le vittorie più grandi non sono sul campo: "Qui siamo tutti uguali. È il senso di comunità che fa la differenza: muoversi, socializzare, stare insieme. È questo che cambia davvero la vita alle persone".

 Walking football: il calcio che rallenta per includere

Il walking football nasce proprio con questo spirito: togliere la velocità, ma non l'emozione. È una versione del calcio in cui correre è vietato, i contrasti sono limitati e prevalgono passaggi rapidi, controllo, visione di gioco. In molte realtà, come a St Helens, si usa anche una regola a tre tocchi per favorire la collaborazione.

È uno sport accessibile a chi ha superato i 50 anni, a chi ha problemi articolari o cardiaci, a chi non ha mai giocato e a chi vuole semplicemente ritrovare movimento e compagnia. Ma soprattutto ha un impatto psicologico enorme: restituisce un senso di appartenenza e di obiettivo, soprattutto in quella fascia di età in cui la solitudine può diventare un avversario più duro di qualsiasi difensore.

A St Helens, il più giovane partecipante ha 29 anni, il più anziano 85. Dal 2020 sono arrivate anche le prime donne, e oggi la componente femminile è in piena crescita. Non esistono divisioni per età, genere o livello: si gioca tutti insieme, perché la filosofia del club è chiarissima. Come ripete Fitzpatrick, "qui non conta la qualità del giocatore, ma quella della persona".

E il campo è solo una parte del progetto. I membri organizzano quiz, uscite, eventi, giornate dedicate per creare legami e offrire uno spazio sicuro a chi, altrimenti, passerebbe le mattine in solitudine. "Che altro faremmo il lunedì mattina?" scherza Alan Aldridge, uno dei veterani. "Meglio essere qui, ridere, camminare, giocare".

Il walking football è nato per rallentare il gioco. A St Helens, invece, ha accelerato qualcosa di ben più prezioso: il senso di comunità. È la dimostrazione che a volte, per ricominciare, basta solo rimettere un piede davanti all'altro. E farlo insieme.

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