Dietro i colpi di mercato e gli ingaggi milionari dei top club turchi si nasconde un sistema fragile, spinto dalla politica e da sponsor "guidati" dal governo.
Negli ultimi anni, i top club turchi come Galatasaray, Fenerbahçe, Beşiktaş e Trabzonspor hanno assunto un ruolo da protagonisti nel calciomercato europeo, attirando giocatori di alto livello con stipendi milionari. Victor Osimhen al Galatasaray per 75 milioni, Leroy Sané già arrivato, José Mourinho sulla panchina del Fenerbahçe: la Süper Lig non è più una meta di fine carriera, ma un polo d'attrazione alternativo alla Serie A.
Ma da dove arrivano tutti questi soldi? I numeri non tornano: la lega turca è solo la decima a livello europeo per ricavi, i diritti TV valgono meno di 160 milioni di euro annui (contro i quasi 900 della Serie A) e il rapporto tra ingaggi e ricavi sfiora l'88%, ben oltre il limite UEFA del 70%. I debiti dei quattro grandi club turchi, secondo l'agenzia Anadolu, superavano 1,1 miliardi di euro già nel 2023.
Il segreto? Una strategia politica precisa. Come spiega Valerio Moggia su Il Post, il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha usato il calcio per rafforzare il soft power del Paese e ottenere consenso interno. Già nel 2019, con le squadre sull'orlo della bancarotta, il governo intervenne attraverso la banca statale Ziraat per ristrutturarne i debiti. Da allora, i club sono tornati a spendere senza freni. In parallelo, Erdoğan ha lavorato per portare eventi internazionali in Turchia. Dopo la finale di Champions League del 2023, il Paese ospiterà l'Europeo 2032 (condiviso con l'Italia), per il quale ha già costruito stadi modernissimi – tutti di proprietà statale.
Intanto, il sistema continua a prosperare solo grazie a sponsor fortemente "convinti" dalla moral suasion governativa: dal colosso petrolifero azero SOCAR a Rams Global, che ha finanziato l'arrivo di Icardi al Galatasaray, passando per Turkish Airlines, subentrata come partner UEFA dopo l'abbandono forzato di Gazprom.
E mentre il Galatasaray prevede di incassare oltre 600 milioni dalla vendita del centro sportivo di Florya, spostandosi su un terreno statale, il Fenerbahçe finanzia le sue ambizioni grazie al suo presidente Ali Koç, industriale tra i più ricchi del Paese. Come scrive Lorenzo Longhi su Domani, Koç e Erdoğan rappresentano due facce della stessa medaglia: l'élite economica e il potere politico che tengono in piedi il giocattolo calcio, senza preoccuparsi troppo della sua sostenibilità.
Nel frattempo, il livello tecnico della Süper Lig migliora: Tammy Abraham, Eldor Shomurodov, Milan Škriniar, Edin Džeko e Ciro Immobile (che quest'anno sono tornati in Italia) e tanti altri hanno scelto Istanbul invece che Serie A o Premier. Certo, non è ancora al livello delle "top 5", ma la differenza si assottiglia. Se un Brown qualunque sceglie il Fenerbahçe al posto del Milan, forse qualche domanda va posta.
Ma la sensazione è che in Turchia si venga a "rifarsi belli" e si torni in Italia per l'ultimo contratto. Un sistema pompato più dalla propaganda che dal business, che continua a investire oggi senza pensare al domani.
Per ora funziona. Ma fino a quando?



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