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La rivoluzione restauratrice o la restaurazione rivoluzionaria del calcio italiano

Il nuovo presidente della Federcalcio sarà veramente nuovo? Ma soprattutto, si vuole realmente la novità?

La partita (forse) più importante del calcio italiano si sta giocando e si giocherà in questa e nelle prossime giornate. Al momento sul tavolo come miniature di Subbuteo, gioco sempre apprezzato e avvincente che non potrà mai essere soppiantato da videogame di nuova generazione, né da intelligenze artificiali assortite, si vedono muoversi, sicuramente Giovanni Malagò, e con buona probabilità Giancarlo Abete

E su entrambe le figure e i rispettivi curriculum nulla da eccepire, viva la competenza. Il primo è stato presidente del Coni, il secondo attuale numero uno della Lega Dilettanti e già presidente della Federcalcio. Il problema? Sempre i loro curriculum. Cioè, se ci si sta scartabellando per soluzioni rivoluzionarie, se si sta delineando un'epoca da "anno zero" per il nostro calcio, se continuiamo con i messaggi e le opinioni, autorevoli e non, di voler ripartire, della necessità di rifondare, di rottamare e costruire nuove fondamenta del malandato football nazionale, ma siamo sicuri che siano soluzioni coloro i quali hanno avuto, a lungo, "le chiavi" dell'automobile che ora tutti pontifichiamo di voler cambiare in modo radicale? Ottimi primari, entrambi, ottimi medici con esperienza e capacità, ma, dunque, se da persone serie e preparate avessero giudicato gravemente malato il paziente, la domanda, come diceva in "Mi manda Rai Tre", il mai abbastanza celebrato Antonio Lubrano "la domanda nasce spontanea": perché non sono intervenuti? Perché pur ricoprendo cariche apicali non hanno disposto il trasferimento urgente in codice rosso del moribondo calcio italiano, dando immediato ordine di preparare la sala operatoria intervenendo "a cuore aperto"? 

E nemmeno le soluzioni dei cosiddetti calciatori divenuti dirigenti appaiono realmente nuove su questo affascinante tavolo di Subbuteo. Si fa il nome di Demetrio Albertini. Persona seria, per carità, da atleta prima e da uomo in giacca e cravatta poi, merita rispetto, stima, affetto, ma se si vuol lanciare l'allarme si è coerenti se poi si decide di affidare il malato a colui che nella sua specchiata carriera di quella Federcalcio è stato già vicepresidente, candidato alla presidenza, e sempre nella sfera federale è stato presidente del Settore Tecnico? Vale per l'ottimo Demetrio lo stesso spinoso quesito: grande primario, abilissimo medico, ma quando si è trovato dinanzi o nelle vicinanze di un paziente così grave, perché non è intervenuto con procedura d'urgenza? Delle due l'una, cari lettori, gentilissimi appassionati di calcio, autorevoli opinionisti, o il calcio è gravemente malato e allora occorre una persona che ne capisce ma che non ha mai avuto lo scettro in mano per poter fare qualcosa, o il calcio, alla fine, sta bene come sta, e abbiamo semplicemente in mente Tancredi Falconeri che ne "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, dice che "se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi".

Non si sfugge, non esistono terze strade. O si sostiene che il calcio italiano ha bisogno di una rivoluzione e allora si prende coraggio e si opera "a cuore aperto" o si fa la solita, ennesima, manfrina, ci illudiamo che cambiano le cose, ma affidandole a chi nel "governo" del calcio ci bazzica e ci ha bazzicato, in realtà sappiamo che aldilà di una rinverniciatura, non scrosterà tutto quanto era sotto. Non si vuol prendere posizione, chi scrive deve essere il più oggettivo possibile nelle sue analisi, ma almeno occorre ribadire che la situazione è questa, il quadro è chiaro. Il resto è balletto di nomi, conta dei voti, gossip politico-calcistico, ma nulla di strutturale, nulla che veramente cambierà il calcio italiano. Ammesso che si voglia realmente cambiare… 


In copertina: Foto Ansa

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