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Calcio inglese e destra populista di Farage: quando lo stadio diventa un'arena politica

Dai cori "Stop the Boats" ai cori contro Starmer: l'Inghilterra scopre un tifo politicizzato che intreccia populismo, nazionalismo e pallone. 

Belgrado, notte di fine estate. Il fresco di settembre, davanti al Red Bar, fa da contorno a una dozzina di tifosi inglesi che canta a squarciagola in attesa della sfida contro la Serbia. Cantano le solite canzoni da trasferta, con un po' di goliardia e di campanilismo. Poi una canzone nuova: "Stop the boats, stop the boats… Nigel Farage, we're all voting for Reform UK."

Un coro che sa di svolta, politica ovviamente. Un'invocazione mascherata da tifo, dedicata al leader di Reform UK, il partito di destra populista fondato e guidato da Nigel Farage, già protagonista della Brexit. Con soli cinque deputati in Parlamento, Reform è ancora una forza marginale, ma i sondaggi la danno in crescita costante, pronta a contendere il potere al laburista Keir Starmer alle prossime elezioni generali.

A parlarne è il giornalista Philip Buckingham sulle colonne del The Athletic: il calcio inglese è entrato nel campo minato della guerra culturale. I cori contro Starmer — "Keir Starmer is a w***er" — si sono già sentiti a Birmingham e a Barcellona, durante altre gare di qualificazione. Mai, dai tempi di Margaret Thatcher, un premier britannico era diventato bersaglio diretto delle curve. "Non è accettabile, se è successo", ha commentato il c.t. Thomas Tuchel dopo una delle partite incriminate. Ma il clima è cambiato. Attorno agli stadi inglesi spuntano bandiere con la croce di San Giorgio e lo slogan "Stop the Boats", simbolo della campagna anti-immigrazione di Farage. Perfino magliette azzurrine, "Reform FC", vendute a 40 sterline — 100 se autografate dal leader — con il motto "Family, Community, Country". La traduzione, insomma, del fascista "Dio, patria e famiglia".

 La nuova politica del pallone

Per gli esperti, il fenomeno non sorprende. "C'è stato uno spostamento culturale verso destra, e il calcio lo sta riflettendo", spiega Danny Fitzpatrick, docente di politica all'Università di Aston. "Il punto è capire quanto diventerà diffuso."

Farage, che in passato diceva di voler "tenere la politica fuori dal calcio", oggi cavalca il contrario: usa il calcio per entrare nella cultura popolare, come il suo alleato americano Donald Trump. Proprio Trump, lo scorso luglio, ha consegnato il trofeo del Mondiale per club al Chelsea e si è messo al centro dei preparativi per il Mondiale 2026. Farage copia il modello: un populismo travestito da tifo nazionale. "È un modo per capitalizzare sulla gentrificazione del calcio - nota Anand Menon, professore al King's College di Londra - Oggi il calcio è rispettabile, è mainstream. Legarsi al pallone significa raggiungere un pubblico vastissimo."

Dalle curve ai collegi elettorali

Tradizionalmente, il Labour era la casa naturale dei tifosi e della classe operaia. Ma la crisi industriale del Nord e la perdita di consenso tra i ceti popolari hanno lasciato spazio a Reform. Farage punta proprio ai territori e ai club dimenticati, "le città lasciate indietro" come Bury o Wigan.

"C'è un legame evidente tra la crisi del calcio di provincia e quella politica - dice ancora Fitzpatrick - Chi ha visto morire il proprio club per mancanza di soldi riconosce la stessa ingiustizia nella società." Non è la prima volta che la destra estrema prova a infiltrarsi nel tifo. Negli anni '70 il National Front distribuiva volantini fuori dagli stadi, cavalcando razzismo e hooliganismo. Oggi Reform si muove su un piano più sottile, ma la logica è la stessa: parlare ai disillusi, ai "lasciati indietro".

Farage rifiuta l'etichetta di estremista: "Non voglio bigotti nel mio partito — rappresentiamo la maggioranza silenziosa e decente di questo Paese", ha detto alla BBC. Ma l'uso politico del calcio è evidente, e gli richiama precedenti ingombranti: da Mussolini con il Mondiale del '34 a Orban in Ungheria.

 Il pallone come specchio del Paese

Negli stadi inglesi è sempre esistita una vena nazionalista, dai cori su Hitler ai canti anti-europei post-Brexit. Ma oggi quella rabbia ha trovato un nuovo volto politico. Anche figure più estreme, come Tommy Robinson, ex leader dell'English Defence League, tornano a risuonare nei cori delle serie minori.

"C'è sempre stata una componente performativa, un gioco di provocazioni - spiega Fitzpatrick - Ma qualcosa, nell'ultimo anno, è cambiato davvero." In un'Inghilterra polarizzata, dove ogni gesto diventa simbolico, il calcio non è più solo un gioco. È il nuovo terreno di scontro per chi vuole decidere l'identità del Paese — una curva dove la politica corre, urla e segna, spesso senza fischi d'inizio. 

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