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Basket, l'impresa del Sud Sudan: dall'indipendenza alle Olimpiadi

I Mondiali di basket hanno già regalato la loro storia: quella della nazionale del Sud Sudan, guidata da Royal Ivey, che ha conquistato la qualificazione alle Olimpiadi.

"Se è il giorno più bella mia vita sportiva? Siete seri? Andiamo alle Olimpiadi, ovviamente sì". Non nasconde l'emozione Royal Ivey, coach della nazionale di basket del Sudan del Sud. Dopo la vittoria per 101-78 sull'Angola, durante il campionato mondiale di pallacanestro, e in seguito alla sconfitta dell'Egitto nel match contro la Nuova Zelanda, il Sud Sudan finisce al terzo posto nel suo girone, ma soprattutto finisce la competizione come miglior formazione del continente africano, un piazzamento che vale l'accesso alle Olimpiadi. "Non per vantarsi, ma siamo i numeri 1 dell'Africa - ha continuato l'allenatore - Devo fare i complimenti ai miei ragazzi perchè hanno ascoltato, hanno perseverato, hanno fatto tutto quello che ho chiesto loro, e ora ne raccogliamo i frutti. Ora torneremo a casa migliori ma non smetteremo di lavorare".

Un successo sportivo che è già un pezzo di storia. Sì, perché il Sud Sudan ha ottenuto l'indipendenza solo nel 2011 e ha creato il suo comitato olimpico nel 2015. La prima partita ufficiale di pallacanestro? Nel 2017, con tutta la trafila delle gare di qualificazione giocate ad Alessandria d'Egitto, dal momento che nel paese non c'è un impianto sportivo a norma, con copertura e spalti. "Ci siamo allenati all'aperto con le aquile che ci volavano sopra la testa e con i campi allagati, e ora siamo qui nelle Filippine a giocare di fronte a questi fan. Sono al settimo cielo". Una storia di sport e di riscatto, di quello che dalla stampa viene definito il paese più povero del mondo. Ma andiamo per gradi e facciamo un passo indietro. Un passo indietro neanche troppo lungo, a dire la verità.

Folla radunata per assistere alle partite della nazionale di basket del Sud Sudan. Fonte Foto: Profilo Instagram Ufficiale
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La fiaba del Derthona Basket, dai campi all’aperto alla finale di Coppa Italia - Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo

L'origine della pallacanestro Derthona risale al 1946, ci parla di una nuova opportunità per Istriani e Dalmati, costretti a fuggire dopo la violenta occupazione della Jugoslavia di Tito. Quando il basket era la "palla al cesto", lo sport si faceva all'aperto e le società nascevano negli oratori. 

 La storia del Sud Sudan, tra basket e indipendenza

E' il 2011, il Sudan è dilaniato da anni di guerre civili. Tra gli anni 50 e 70 la prima, tra anni 80 e 2000 la seconda. Due milioni e mezzo di morti, tra soldati dell'ELPS, l'Esercito di Liberazione del Popolo del Sudan, e civili, stremati dalla fame e dalla siccità. 5 milioni invece sono state le persone costrette a fuggire. L'Accordo di Naivashaa, nel 2004, mette fine alla guerra e segna il tortuoso cammino verso l'indipendenza. A gennaio del 2011 viene fissato il referendum. L'affluenza è elevatissima: oltre il 96% degli aventi diritto. Il risultato scontato: il 98,81% vota a favore dell'autonomia. La pace, però, dura poco: nel 2013 l'ex vicepresidente Riech Machar tenta il colpo di stato e nel paese dilaga un conflitto etnico tra etnia Dinka e Nuer.

Così la popolazione del Sud Sudan (circa 12,6 milioni di persone) è tra le più povere del mondo: 392 dollari di Pil Pro Capite (quart'ultimo posto nella graduatoria mondiale), ultimo invece per quanto riguarda l'ISU, l'Indice di Sviluppo Umano, calcolato in base all'aspettativa di vita, all'istruzione e al reddito nazionale. Per questo l'impresa della nazionale di basket del Sudan del Sud assume un valore così importante.

Il post del Nazionale di basket del Sud Sudan

 Un'impresa iniziata da Luol Deng

Il primo a crederci è stato l'ex stella NBA Luol Deng, che ha militato tra le fila dei Chicago Bulls e dei Los Angeles Lakers. E' lui a fondare la federazione di pallacanestro in Sud Sudan e a chiamare giocatori sparsi per il mondo. Atleti cresciuti in Europa oppure in Australia, negli Stati Uniti, in Egitto, tra campi profughi e centri di accoglienza. Proprio come lui, che per sfuggire alla guerra civile è passato dalle sponde del Nilo a quelle del Tamigi, a Londra, prima di approdare negli States. 

A Royal Ivey, infine, il merito di aver messo insieme la squadra delle "Bright Stars", guidata da Carlik Jones, Wenyen Gabriel, Marial Shayok, Nuni Omot. Ed è proprio il cestista classe 1994, che oggi milita nel campionato di Taiwan, a spiegare le sensazioni di questa impresa: "E' incredibile, un sogno che si avvera. Siamo diventati indipendenti nel 2011, nessuno avrebbe mai immaginato o sognato di arrivare qui. Sono molto emozionato. A Parigi potremo sfilare con la nostra bandiera, credo che la nostra sia una delle più belle storie sportive da tanto tempo a questa parte, sono fortunato di essere parte di tutto questo". Una storia sportiva di cui c'era bisogno. Per il Sud Sudan, per il basket, ma anche per tutto il resto del mondo.

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Luciano da Certaldo
 

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