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Tammy Abraham, muoversi negli spazi nonostante tutto

Al minuto 69 di Roma-Fiorentina, prima giornata di campionato, l'intero Stadio Olimpico inizia ad applaudire un giovane attaccante inglese con il numero nove sulle spalle. I tifosi lo stanno ringraziando per la bella prestazione: in quell'ora e poco più di gioco ha dato tutto per una maglia e per una squadra con cui, fino a quel giorno, non ha mai fatto nemmeno un allenamento. Quell'attaccante, alto un metro e novanta ma con una faccia quasi infantile, si chiama Tammy Abraham e nella sua prima partita in Italia ha realizzato due assist e ha contribuito a far espellere un avversario. In sessantanove minuti ci ha messo tutte le emozioni che una partita di calcio può provocare. Ha urlato; ha letteralmente implorato il guardalinee di cambiare idea quando era stato annullato un gol della sua squadra; ha poi fatto i salti di gioia quando il VAR ha corretto quella decisione poco dopo. Ci teneva a fare bene e le persone sugli spalti lo avevano capito, ripagandolo con il calore che una tifoseria come quella di Roma sa dare. Sugli spalti c'erano tanti sorrisi, perché già solo dal lato umano Abraham aveva conquistato tutti. Dopo i 119 gol di Edin Dzeko, aleggiava come la consapevolezza che fosse iniziato un nuovo ciclo.

A quasi cinque mesi di distanza da quel giorno, dopo un intero girone d'andata, le cose a Roma non hanno continuato ad andare bene come durante le prime uscite ufficiali. La squadra, insieme a José Mourinho, è ancora in cerca di un'identità che possa permettergli di raggiungere qualcosa di buono in futuro. Il processo sembra però essere ancora agli inizi e a sottolinearlo è soprattutto il tecnico portoghese: "tempo" e "lavoro" sono due tra i termini che utilizza di più durante le interviste; due elementi che ogni allenatore di calcio vorrebbe avere come risorsa infinita e che a Roma, in questo momento, servono tantissimo. Nel frattempo, durante questi mesi, i giallorossi hanno giocato mostrando una duplice identità, che rende difficile comprendere se i primi passi fatti siano quelli giusti e quanto manca al momento in cui si potrà definire più matura. Il girone d'andata, infatti, è stato un lungo giro sulle montagne russe, con fasi alterne tra prestazioni convincenti (Fiorentina, Napoli, Atalanta) e netti tracolli (Bodø/Glimt, Inter). Ma la Roma non è stata solo luci e ombre, è stata anche opaca quando ha vinto gare che avrebbe potuto perdere e quando ne ha perse alcune che avrebbe potuto vincere. Quando è stata brillante, però, lo ha fatto soprattutto sfruttando un aspetto tattico: la risalita veloce del campo. Complici alcune costanti assenze e una rosa abbastanza corta, Mourinho ha deciso di costruire una squadra che cerca di arrivare in porta nel minor tempo possibile. La riuscita di questa operazione passa attraverso la corsa delle sue mezzali o dei suoi trequartisti, che permette alla formazione di rendersi pericolosa in transizione o con delle verticalizzazioni improvvise del pallone. Quando la squadra riesce a girare bene, dal momento in cui la Roma riconquista il pallone al momento in cui verticalizza il gioco per arrivare in zona offensiva, passano generalmente pochi secondi. Attimi in cui lo strapotere fisico di Zaniolo, la qualità nel sapersi associare di Pellegrini o Mkhitaryan e le verticalizzazioni di Cristante devono fare la differenza. Istanti di gioco in cui diventa fondamentale Tammy Abraham, che deve essere in grado di dare supporto alla squadra facendo da sponda o, soprattutto, posizionarsi in una zona del campo giusta per poter ricevere il pallone e finalizzare. Farlo quando tutto va meravigliosamente bene può essere semplice. È quando i palloni sono sporchi e la pressione avversaria è asfissiante che, però, il gioco si fa duro. 

 

Muoversi fra gli spazi che le difese avversarie lasciano è un'abilità fondamentale per un finalizzatore e Abraham sembra un attaccante fatto a posta per questo tipo di cose. A volte è come se sapesse in anticipo dove il suo compagno vorrebbe fargli arrivare il pallone, mentre cerca di liberarsi dalla marcatura. Realizza dei calcoli veloci in quegli istanti frenetici di gioco: prima, con uno sguardo, cerca di capire la traiettoria della palla e poi, mentre il passaggio sta per partire, disorienta l'avversario con una serie di movimenti veloci per raggiungerlo liberamente. È praticamente ciò che è accaduto a inizio stagione contro il Trabzonspor, durante il secondo tempo, quando Karsdorp si è ritrovato largo a destra a pochi metri dall'area di rigore. In quel momento poteva continuare a far girare il pallone o provare a mettere un cross al centro. L'olandese ha scelto la seconda opzione e Abraham, inserendosi di forza tenendo gli occhi fissi sul pallone, prima finge di muoversi per andare ad anticipare Edgar Ié, poi sterza per andare a ricevere dietro di lui e, infine, ritorna sui suoi passi svettando davanti al difensore portoghese. La palla finisce sul palo, forse indirizzata dallo sguardo disorientato dell'avversario, mentre Abraham si inginocchia a terra consapevole del fatto che sarebbe stato un gran gol. Queste tipologie di giocate sono tra le cose più difficili da fare in un campo da calcio, soprattutto quando devi ambientarti in un nuovo contesto, con una cultura calcistica completamente diversa e dei compagni con cui non hai mai giocato prima. Per non vagare a vuoto durante i novanta minuti serve concentrazione e, soprattutto, un ottimo senso dell'orientamento all'interno del terreno da gioco: quella bussola che ti permette di comprendere dove ti trovi e a che altezza del campo puoi arrivare mentre il pallone sta viaggiando.

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Questa qualità di Abraham nel sapersi muovere senza il pallone torna utile alla Roma anche quando incontra squadre che lasciano meno spazi per risalire il campo rapidamente. Lo si è visto già nella seconda giornata di campionato, quando i giallorossi hanno dovuto affrontare la Salernitana di Castori che ha cercato per tutto il tempo di strappare un risultato utile facendo grande densità al centro del campo, impostando un 5-4-1 basso in fase di non possesso. Dopo un primo tempo complicato - e a tratti frustrante per la Roma - Abraham ha cambiato approccio, cercando di entrare di più nel vivo del gioco. Prima è andato a prendere un pallone largo nella trequarti offensiva, lo ha difeso con il fisico e poi ha dribblato Coulibaly nascondendogli il pallone con la suola: una di quelle giocate che troveremo in ogni sua playlist "Goals & Skills" su YouTube. Dopo aver scaricato il pallone verso il centro, si va a posizionare nei pressi dell'area di rigore, dove diventa una pedina di quegli scambi rapidissimi che portano al raddoppio di Veretout. Abraham in quell'azione si è mosso per tutta la zona più avanzata del campo, da sinistra a destra, muovendo marcature e avversari, finiti in balia della lunga e paziente manovra offensiva della Roma. Dopo il gol si è guardato negli occhi con i compagni con un'espressione che diceva: "Ma che cosa abbiamo fatto!?", tradendo quella sua aria da duro che ogni tanto tira fuori condizionato dalla tensione e dall'agonismo del calcio. Abraham (che in realtà sembra un ragazzo simpaticissimo e con delle ottime doti vocali) in più occasioni ci ha fatto comprendere che in campo non sa nascondere le sue emozioni, ma al tempo stesso ha anche mostrato che è in grado di non farsi sopraffare da loro. Al contrario, riesce a rimanere concentrato anche quando le cose vanno piuttosto male, quando arrivano pochi palloni dalle sue parti. A dimostrazione di tutto ciò ci pensano i numeri, che mettono in risalto quanto Abraham sia in grado di crearsi, attraverso una giocata personale o un movimento senza il pallone, l'occasione da gol migliore possibile. In Serie A è il quinto giocatore in assoluto per xG creati (circa 10 come Dusan Vlahovic), nonostante calci verso la porta molte meno volte rispetto agli attaccanti delle altre squadre. L'ex Chelsea riesce a effettuare in media 2.6 tiri verso la porta ogni 90 minuti, mentre ci sono giocatori come Lautaro Martinez o Immobile che ne effettuano rispettivamente 4.7 e 3.8. Da quando Mourinho è passato al 3-5-2, poi, non è raro vederlo scendere sulla trequarti a sacrificarsi e a lottare come faceva Dzeko in giallorosso. Con 2.4 duelli aerei vinti a partita, aiuta la squadra nella risalita veloce del campo, sfruttando le sue lunghe leve per agganciare i palloni più complicati e per servire in aria il compagno di squadra. Questi numeri mettono sì in risalto la recente difficoltà della Roma nel trovare facilmente la via del gol e quanto Abraham sia stato sfortunato (ha colpito 8 legni finora), ma sottolineano anche quanto lui sia in grado di trasformare tutti i palloni che passano dalle sue parti in occasioni potenzialmente da gol.

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A soli 23 anni Abraham è stato catapultato in una realtà completamente nuova, diversa da quella della Premier League sotto moltissimi aspetti. È stato l'acquisto più costoso effettuato in Italia nella sessione estiva di calciomercato: mesi in cui la Serie A ha perso pezzi pregiati come Cristiano Ronaldo, Lukaku, Hakimi e De Paul. Nonostante ciò, già dopo le prime apparizioni, Abraham ha dimostrato di non sentire nessuna pressione. Dopotutto, cosa ci si può aspettare da uno che alla sua età ha già vinto Champions League e Supercoppa UEFA? Anzi, probabilmente l'aver vissuto queste esperienze non fa altro che dargli quella consapevolezza in più dei risultati che può raggiungere da assoluto protagonista. Già durante la prima presenza contro la Fiorentina, Abraham si è sbracciato, ha chiesto il pallone più volte e ha richiamato costantemente i suoi compagni a una maggiore attenzione. Ha incarnato immediatamente lo spirito che Mourinho sta cercando di far assorbire alla sua squadra dal primo giorno in cui ha messo piede a Trigoria. Lui, cresciuto con il mito di Drogba, che trova l'allenatore che ha reso l'ivoriano grande al Chelsea. Non potrebbe mai deluderlo e il portoghese questo lo capisce, perché appena può lo stimola, lo coccola, lo fa sentire al centro della manovra offensiva lasciandogli fare quello che meglio gli riesce: muoversi negli spazi senza il pallone, come il più puro dei numeri nove. Un aspetto innovativo per la Roma, abituata a un attaccante con lo spirito da trequartista, che fa da sponda utilizzando il corpo per tenere lontani gli avversari dal pallone. Dzeko si affaticava mentre aiutava nella costruzione di manovre armoniose, dialogando con i compagni o realizzando aperture eleganti. Abraham, invece, vuole distruggere quell'armonia con la sua anima da attaccante puro e con le sue incursioni veloci nel gioco pragmatico di Mourinho. Impatta sulle partite con quell'arroganza positiva che un ventitreenne campione d'Europa può permettersi di avere, aggiungendo estetica alle sue giocate, sempre condite da dribbling o finezze utili a disorientare l'avversario e a esaltare chi lo guarda. È un calciatore estroverso, che fugge dalla tensione cantando o intrattenendo il pubblico, come quando si è messo a palleggiare prima di calciare un rigore poi annullato dal VAR: "Sono sempre rimasto concentrato" ha detto infine ai microfoni, ed effettivamente in quegli istanti sembrava la persona più serena presente dentro lo Stadio Olimpico. Il suo acquisto è stato senza dubbi rivoluzionario, oltre a essere il più importante nella nuova era Mourinho. Si sta trovando a suo agio, nonostante sia stato messo al centro di un lungo progetto di crescita che vede, al suo fianco, l'obiettivo di raggiungere una maturità di squadra che possa permettere al club di tornare a competere in Champions League. La Roma è una squadra con un'età media molto bassa (25 anni) e il processo di crescita a cui aspira Mourinho passa anche dal miglioramento di questi elementi (senza considerare il calciomercato e il rientro di un giocatore come Spinazzola). Focalizzandoci esclusivamente su Abraham, queste possibili prospettive non fanno altro che aumentare le probabilità che le sue qualità da finalizzatore possano affinarsi ed essere ancor più efficaci per la sua squadra. Se questo, poi, dovesse accadere durante i prossimi mesi, Southgate verrà sicuramente messo in difficoltà in vista di Qatar 2022. (Fonte dati: Understat e Whoscored)

Daniele Furii

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