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Romelu Lukaku, "find your purpose"

Il colpo dell'estate è arrivato: Romelu Lukaku è il nuovo attaccante della Roma. E Mourinho non trova solamente il centravanti, ma anche la sua rabbia e la sua voglia di vincere.

"Find your purpose or you wastin' air". Suona così "Victory Lap", il pezzo che Romelu Lukaku mette al primo posto della sua playlist personale. "È di Nipsey Hussle, un rapper che è stato assassinato a Los Angeles - ha raccontato in questa intervista a Rolling Stone - Ascoltare la sua musica, il modo in cui parla di se stesso e di come è diventato qualcuno, per me è fonte di grande ispirazione". Trova il tuo scopo o stai sprecando aria. Più che una strofa, un manifesto di vita. Sette parole in cui c'è molto della carriera, anzi della vita, di quello che da oggi è il nuovo attaccante della Roma.

José Mourinho e Romelu Lukaku, ai tempi del Manchester United. E ora di nuovo insieme a Roma.

Find your purpose. Trova il tuo obiettivo. E Lukaku l'aveva trovato quasi subito, a 6 anni. Una giornata come tante: torna a casa per pranzo, il menù sempre uguale: pane e latte. Quella però la mamma stava facendo qualcosa di strano, di diverso. Stava mescolando qualcosa. Poi si gira, sorride come se niente fosse e porta il pranzo al figlio. "Ho capito subito cosa stava facendo: stava unendo acqua e latte. Non avevamo abbastanza soldi per averi per tutta la settimana. Eravamo al verde. Non semplicemente poveri, al verde". Figlio di genitori congolesi, il padre, Roger Menama, era un calciatore professionista. Il nome del figlio più grande lo sceglie prendendo le prime lettere del suo, Ro-Me-Lu. "Papà era alla fine della sua carriera e i soldi erano finiti. La prima cosa ad andarsene fu la TV. Niente calcio, niente Match of the Day. Niente segnale". Poi tocca all'elettricità, con la casa al buio per due, tre settimane. Poi la doccia fredda, con la mamma che scaldava l'acqua sopra in una pentola. Infine il pane "preso in prestito", con il conto aperto al forno in fondo alla strada. "Quel giorno non dissi una parola - ha raccontato Lukaku in questa lunga lettera per Theplayerstribune.com - Ho solo mangiato il mio pranzo. Ma ho giurato a Dio, ho fatto una promessa a me stesso quel giorno. Era come se qualcuno avesse schioccato le dita e mi avesse svegliato. Sapevo esattamente cosa dovevo fare e cosa avrei fatto".

Find your purpose. Trova il tuo obiettivo.

Romelu Lukaku con la maglia del West Bromwich Albion

"Mamma, cambierà tutto. Lo vedrai". È questa la promessa di Lukaku bambino. Che intanto gioca per il Rupel Boom, poi per il KFC Wintam, per il Lierse e infine, a 13 anni, per l'Anderlecht. E insieme agli allenamenti, il ragazzino inizia a crescere, diventa sempre più alto, sempre più grande. "Non dimenticherò mai la prima volta che un adulto mi disse: «Hey, quanti anni hai? Quando sei nato?». Una volta i genitori di uno dell'altra squadra provarono a fermarmi prima di entrare in campo. «Da dove viene? Dov'è il suo documento?» Sono nato ad Antwerp, pensavo, vengo dal Belgio. Mio padre non era lì, non aveva la macchina. Io ero solo. Andai a prendere il mio documento, lo mostrai, e ricordo il sangue che scorreva dentro di me. E ho pensato: «Oh, ucciderò tuo figlio ancora di più adesso. Stavo già per ucciderlo, ma ora lo distruggerò. Adesso riporterai il ragazzo a casa piangendo»".

È una rabbia particolare quella con cui gioca Lukaku. Una rabbia che trasforma ogni match in una finale. È una rabbia che arriva dalle notti in cui la luce, a casa, era staccata. Dalle volte in cui tornava a casa e vedeva la madre piangere. Dai pomeriggi in cui i genitori dei bambini avversari gli chiedevano da dove veniva, con occhi intrisi di sprezzo, di odio, di razzismo. Lo stesso razzismo di chi sui giornali e in televisione lo chiama "Romelu Lukaku, attaccante belga" quando le cose vanno bene, ma quando non è così diventa "Romelu Lukaku, l'attaccante belga di origine congolese". Lo stesso razzismo che ha provato ancora una volta sulla sua pelle qui in Italia.

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Sul carro di Sardar Azmoun - Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo

Prendere posizione, fare una scelta, far sentire la propria voce. Non sono molti i calciatori a farlo, non sono molti i professionisti che trovano il coraggio di spendere parole, di usare la loro posizione per essere veicolo di cambiamento, di riflessione, sfruttare la loro fama per accendere dei riflettori. Sardar Azmoun l'ha fatto ed è forse uno dei gol più belli della sua carriera.
La prima pagina del Corriere dello Sport con Lukaku e Smalling

Facciamo un salto in avanti, lasciamo il Lukaku bambino. Dicembre 2019, vigilia di Inter Roma. L'attaccante classe 1993 è a casa, davanti alla televisione, quando su Twitter viene pubblicata in anteprima la prima pagina del Corriere dello Sport del giorno successivo. Da un lato c'è lui, dall'altro Chris Smalling, difensore della squadra giallorossa. Il titolo: "Black Friday". Quando gli girano la foto su WhatsApp, Lukaku non ci crede e affida il suo stato d'animo a un post su Instagram. "Invece di concentrarsi su una sfida tra due squadre, il Corriere dello Sport ha partorito uno dei titoli più stupidi che abbia mai visto nella mia carriera. In questo modo si continua ad alimentare il pensiero negativo e il problema del razzismo. Il segreto è l'educazione". Fuori e dentro il campo, Romelu Lukaku continua la sua battaglia. Come quando a Cagliari, mentre si preparava a tirare un calcio di rigore, è stato inondato da ululati e versi di scimmia. Il suo pensiero è sempre stato lo stesso: "Segnerò. Vincerò. Andrò a casa".

Lo ha fatto ad Anderlecht. Lo ha fatto a Londra, sponda Chelsea. Lo ha fatto a Manchester, con la maglia dei Red Devils. Lo ha fatto a Milano, per l'Inter. 280 gol in oltre 500 partite. "Ogni partita che ho giocato è stata una finale. Quando giocavo al parco, era una finale. Quando giocavo durante la ricreazione, era una finale. Cercavo di togliere la copertura dalla palla ogni volta che la tiravo. Piena potenza. Non stavamo colpendo R1. Nessun tiro di precisione. Non avevo il nuovo FIFA. Non avevo una Playstation. Non stavo scherzando. Stavo cercando di ucciderti".

Adesso tocca a Roma. Adesso tocca alla Roma. Il posto perfetto per trovare, di nuovo, un obiettivo. E per continuare a combattere la sua battaglia personale. 

La Roma ha tradotto il suo inno nella LIS prima de...
Sul carro di Sardar Azmoun
 

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