Dalla sconfitta interna all'assenza di gioco: perché l'eliminazione dei giallorossi non fa più rumore
La cosa che mi preoccupa di più dopo Roma-Bologna di ieri sera è che non ci sono rimasto neanche così male.
Sì, il pensiero c'è. Ed è un pensiero fisso. Ma è un pensiero rancoroso, arrabbiato, sconfortato, privo di speranze. Non è rimpianto. Non me rode come dovrebbe. La Roma è stata eliminata agli ottavi di una coppa che fino a qualche anno fa puntava a vincere. È stata eliminata in casa, davanti al suo pubblico. È stata eliminata da una squadra che in classifica è più in basso di lei, così come era sotto in quella iniziale dell'Europa League.È stata sconfitta subendo 4 (quattro) gol in 120 minuti (a inizio anno c'erano volute 8 partite, tra campionato e coppa, per subirne altrettanti). È stata buttata fuori da una squadra che, almeno sulla carta, aveva meno spessore internazionale, meno esperienza di certi palcoscenici. E invece.
Il problema di ieri sera è che ero preparato. Arrivavo alla partita carico di quella fiducia e di quell'ottimismo di cui so bene il sapore, di cui conosco bene il peso. Anzi: l'inconsistenza. Mi sono avvicinato alla partita con la tensione, classica, per un match da dentro o fuori. E dentro di me dicevo: vabbè, te pare? Te pare che dobbiamo finire la stagione a marzo? Te pare che siamo veramente così crollati da non riuscire a vincere neanche stasera (ultima vittoria della Roma: 22 febbraio contro la Cremonese oggi terzultima)? Te pare che siamo veramente ridotti così?
Sì, te pare.
E il problema, appunto, è che un po' me lo aspettavo. Ho visto questa squadra cadere a pezzi partita dopo partita. Sgretolarsi, non reggersi in piedi. L'ho vista perdere la rotta neanche al gol di Gatti, ma ancora prima: dal 3-2 di Boga contro la Juventus. È lì che la Roma ha iniziato a perdere certezze e sicurezze. Da una partita che giocavi da terza in classifica a pari punti con il Napoli, che stavi vincendo per due gol di scarto a dieci minuti dalla fine, che ti avrebbe permesso di mettere sette punti tra te e la Juventus.
Una partita spartiacque. E lo è stata davvero, ma in senso negativo.
Da quel momento la Roma non ha più vinto. Anzi, peggio ancora: in campionato non ha più segnato un gol se non su palla inattiva. Solo rigori, solo calci d'angolo. Ha smesso di giocare. Ha smesso di essere più forte di una forma fisica e atletica che iniziava a scarseggiare, ha smesso di essere più forte delle assenze. Che ci sono, è vero, ma fino a un certo punto: ieri sera, a prendere 4 gol dal Bologna, c'era la difesa titolare.
Ed è così che si arriva a questo ennesimo marzo romanista. L'ennesimo momento in cui si tocca il fondo e si pensa a giugno per ripartire. Dimissioni, progettualità, rifondazione. Il solito momento del "via tutti" che poi tanto "via tutti" non è mai.
Ecco l'ennesimo marzo in cui gli obiettivi sfumano, i sogni svaniscono. E il vero problema è che ci stiamo abituando a tutto questo.



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