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Nemici mai

Daniele De Rossi per la prima volta contro la Roma, in questo Roma Genoa così strano e così assurdo.  

Ho aspettato fino all'ultimo per scriverti qualcosa, perché lo sai com'è in questi casi, trovare le parole è difficile. Lo è anche per te, che in genere con le parole non sbagli mai. E quando ti capita lo fai per bene, parlando della Roma, usando l'unica parola possibile: "noi". Prima persona plurale, io, te, tutti gli altri con quei colori nel cuore, nel cervello, nelle mani, nelle gambe.

Perché questo sei, prima di tutto e nonostante tutto, uno di noi.

E allora stasera non chiamarmi, anzi non guardarmi per niente. Almeno proviamoci, tanto lo sappiamo come vanno a finire certe cose. Tanto lo sappiamo che appena entrerai in campo lo sguardo andrà lì. "Se vuoi vedere chi ti vuole bene veramente entra in campo e guarda a destra". Attento però, la panchina è quell'altra, quella più lontana. E forse è meglio così, lontani, distanti, con un'altra maglia addosso.

Che strano che sarà stasera, Daniè. Vederti a casa nostra con un'altra maglietta addosso, altri stemmi, altri colori. Vedere quelle mani, sentire quelle urla, vedere quella vena che si gonfia ma stavolta non per noi. Non per la Roma. Che hai studiato per farla perdere. Anche a questo siamo stati costretti dal calcio di oggi e da chi lo governa. De Rossi che vuole far perdere la Roma. Vaffanculo universo.

L'ultima volta che ti ho scritto era il 2019 e io ero un naufrago in mezzo al mare. Ricordo ancora la pioggia di quel 26 maggio, quel Roma Parma, gli applausi per Claudio, le lacrime per Daniele, le lacrime per te. Tra quel giorno e oggi c'è un po' di tutto. C'è stata una pandemia, c'è stata una rinascita, c'è stata una Roma campione in Europa, c'è stata Budapest. Poi ci sei stato di nuovo te.

Gennaio 2024, quasi due anni fa ma sembra una vita. Roma Hellas Verona. Ho un'istantanea di quella sera a cui tengo particolarmente. Me l'ero segnata su un taccuino, con l'idea di scriverci qualcosa, prima o poi. Parcheggio lo scooter, sistemo la sciarpa, inizio a camminare. Accanto a me un altro come me, come te, che si leva il casco, risponde al cellulare e chiede: "Ma che fai, te perdi la prima de Daniele?".

Non lo so perché mi colpì così tanto, forse per la sua semplicità, per la sua naturalezza. Per il suo essere così Roma, così romanista. Daniele. Uno di noi, uno de' casa, uno di famiglia. Il tono di quel tifoso era quello di mia madre quando mi chiede "Che fai? E' tornata tua sorella dall'Erasmus e non passi a casa?". C'è De Rossi, anzi no Daniele, che torna a casa, che fai? Passa, porta qualcosa, anzi no, non portà niente, c'è già tutto.

Per alcuni "famiglia" deriva dall'osco "faama", casa. Per altri da "famulus", servitore. La sostanza, in fondo, non cambia: la famiglia è chi vive nella stessa casa, aldilà dei legami di sangue, di chi la serve, di chi la vive, di chi lavora per lei. "Ho solo un unico rimpianto, quello di poter donare alla Roma una sola carriera". Ma questa è casa tua Daniè, torna quando te pare. Non c'è bisogno che avverti.

Il destino ci ha provato, ci aveva fatto ricontrare per una manciata di minuti, il tempo di crederci, il tempo di illuderci. Non era tempo per noi ma non è vero che non lo sarà mai, come dice la canzone. Prima o poi. Ma stasera no, stasera non guardarmi, salutiamoci in fretta, magari con un po' di imbarazzo. Il tempo di dirci che il rossoblu ti sta male, maledetto algoritmo che ormai me lo mostra sempre dopo un mi piace. Il tempo di mentirci, di dirci che è stato bello rivederci, ma si va sempre di fretta, soprattutto durante le feste. E allora ciao, via di nuovo, lontani di nuovo.

Con una certezza: tu sei la Roma, De Rossi è la Roma. E stasera torni a casa, ma faremo il tifo perché tu perda. In attesa di ricontrarci. Intanto, però, nemici mai. 

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