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Mario De Micheli, il difensore della Roma che schiaffeggiò il gerarca fascista Vaccaro

120 anni fa nasceva a Roma Mario De Micheli, storico difensore giallorosso, citato anche nella Canzone di Testaccio. 

Un nome scritto in maniera indelebile nella storia della Roma, quello di Mario De Micheli, di mestiere difensore. Anzi: terzino d'area di rigore, quello che nel "sistema", la tattica WM, era il più vicino al proprio portiere, l'ultimo baluardo, l'ultimo bastione. 2-3-5, si giocava così all'epoca, negli anni Trenta. Era la Roma di Campo Testaccio e la formazione viene fissata per sempre dalla famosa canzone, scritta per celebrare lo storico successo per 5-0 contro la Juventus, il 15 marzo 1931: «Co' Masetti ch'è primo portiere, De Micheli scrucchia che 'n piacere».

«Scrucchiare in trasteverino significa che anche se provavano a fermarlo, lui passava lo stesso» ha raccontato la figlia Luciana, trasteverina come il padre. «Nato a Roma, è dei romani il più autentico rappresentante, poiché Trastevere è la roccaforte dei discendenti di Romolo e Remo, e De Micheli è trasteverino al cento per cento».
Lo descrive così Il Littoriale e il difensore, nato nel cuore della capitale il 3 febbraio 1906, fa parte della Roma dai primi istanti della sua storia. Cresce nella Fortitudo, nel 1927 è nelle rappresentative Riserve e Allievi dei giallorossi; il servizio militare gli fa ritardare l'esordio in prima squadra, che arriva però il 15 luglio 1928, in Coppa CONI, contro la Pro Patria. Difensore di classe, ma soprattutto di forza fisica, uno di quelli che non tirava indietro la gamba e per questo era acclamato dai tifosi. Uno che ai tempi della Fortitudo veniva descritto così da L'Impero: "Se avrà più cura della palla, lasciando stare un po' l'uomo, sarà un prezioso aiuto". Lo chiamavano "er faciolaro": il papà aveva un magazzino a Piazza San Cosimato, dove vendeva legumi. Con la Roma giocherà fino al 1932, collezionando 70 presenze, prima di finire la carriera al Civitavecchia.

La Roma 1930/1931, con De Micheli in basso a destra. Fonte foto: Almanacco Giallorosso
La formazione della Roma con De Micheli davanti a Masetti nel sistema 2-3-5

Testaccino nella carta d'identità, ma soprattutto nel modo di intendere il calcio. Carattere fumantino, ma prima di tutto leale, corretto, preciso. Uno che le ingiustizie, insomma, non le sa proprio digerire.

Ed è per questo che la sua pagina più bella con la maglia della Roma non è un gol e neanche un salvataggio sulla linea. È uno schiaffo. Uno schiaffo a un pezzo grosso del Partito Nazionale Fascista, un generale della Milizia, socio della Lazio e vicepresidente: Giorgio Vaccaro.

È il 24 maggio 1931, allo stadio Nazionale va in scena il derby della Capitale. Arbitra il signor Gama di Milano, davanti a quasi 20 mila spettatori. La Roma insegue la Juventus, prima a +3, i biancocelesti hanno 20 punti in meno. Ma sono loro ad andare in vantaggio, con Pastore, al quarto d'ora. Pareggia Volk al 47', poi di nuovo Lazio in vantaggio con Fantoni, e di nuovo pareggio della Roma con Bodini.

Sembra finita. Sta per scoccare il 90'. Il pallone va oltre la linea laterale, il generale Giorgio Vaccaro è lì vicino. Si alza, calcia il pallone più lontano possibile, prova a perdere tempo. De Micheli, allora, non ci sta. Non pensa che di fronte ha un gerarca fascista, un membro del Consiglio federale della FIGC. Non pensa a chi ha davanti. La Roma viene prima di tutto. C'è un derby da vincere, un primo posto da inseguire.
«Gravi incidenti si sono verificati all'87' dopo uno scambio di schiaffi tra il terzino giallorosso De Micheli ed il gen. Vaccaro» racconta Il Messaggero, che il 26 maggio scriverà così: «Sugli incidenti accaduti a fine partita tra alcuni giuocatori e una parte di pubblico ci siamo già intrattenuti e non crediamo sia il caso di tornarci sopra, tanto essi sono stati disgustanti».

da Il Littoriale, 25 maggio 1931, sul derby tra Lazio e Roma
Il Generale Giorgio Vaccaro

Dopo lo scontro tra De Micheli e Vaccaro, infatti, molti tifosi scendono in campo. Colpiscono chi capita, inseguono Sclavi, portiere della Lazio, ma a pagarne il prezzo più alto è Fantoni, che finirà all'ospedale con una commozione cerebrale.

«Terminata la partita è successo in mezzo al campo, quand'era ancora presente l'arbitro, un parapiglia tra giuocatori – scrive Pietro Petroselli su Il Littoriale – parapiglia cui ha partecipato anche il dirigente d'una delle due società. Anche qualche dozzina di persone del pubblico – saltate giù dalle gradinate – si è unita a questo poco edificante spettacolo. Non è nostro compito individuare responsabilità; ma mancheremmo ad un preciso dovere se non stigmatizzassimo seriamente questa prova d'inciviltà e di cattiva educazione data da giuocatori e dirigenti la cui correttezza dovrebbe invece costituire un esempio».
Un turno a porte chiuse per entrambe le squadre, multa alla Roma di 3 mila lire e quattro gare di squalifica per De Micheli, «per il contegno offensivo verso un membro del Direttorio Federale».

«J'ho dato 'na tramvata, j'ho allungato le ossa così tanto che 'mo se po' pure arrolà nei granatieri» raccontava così De Micheli, che le ingiustizie proprio non le poteva vedere. Perché prima viene la Roma, dopo tutto il resto. Senza pensare a chi si ha davanti

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