Beneficenza, collezionismo e polemiche: quando il prezzo racconta qualcosa di più.
Un'asta per beneficenza, una causa nobile che finisce, però, nella polemica. Protagoniste, senza volerlo, le calciatrici della Roma.
A ricostruire la vicenda è stato Le Parisien, che ha spiegato come, all'inizio del 2026, la società giallorossa avesse messo in vendita alcune divise della squadra femminile, indossate durante la partita di campionato contro il Como Women. L'asta rientrava nella campagna "Amami e Basta" contro la violenza di genere e il ricavato era destinato al sostegno dei Centri Antiviolenza di Roma. Tra i capi messi all'asta su Match Worn Shirt — piattaforma che mette in vendita maglie autentiche, indossate in partita e firmate, provenienti da oltre 300 club in tutto il mondo — c'erano anche i pantaloncini delle giocatrici, che hanno fatto registrare l'incasso più elevato.
Come spiega il quotidiano francese, i risultati dell'asta sono stati piuttosto "inquietanti": se le maglie da allenamento e le giacche sono state aggiudicate, in media, per un prezzo intorno agli 80 euro, alcuni pantaloncini hanno sfiorato i 600 euro. Il prezzo più alto è stato pagato per quelli di Alayah Pilgrim (565 euro), davanti a Giada Greggi (515 euro). I pantaloncini di Giulia Dragoni e Manuela Giugliano sono stati aggiudicati per oltre 300 euro, quelli di Kathrine Møller Kühl e Frederikke Thøgersen per più di 200 euro. Le offerte vincenti provengono da Stati Uniti, Cina, Hong Kong e Regno Unito. Nell'articolo si legge: "Si tratta di un'evidente incoerenza per capi d'abbigliamento spesso ricercati dai collezionisti: le maglie sono solitamente molto più richieste."
A dare un'interpretazione alla vicenda è la co-presidente dell'associazione Her Game Too France, Charlotte Roisin-Deltombe, che ai microfoni di Dégain spiega: "Ci si può interrogare sulle motivazioni che spingono alcune persone ad acquistare un capo d'abbigliamento il più possibile a contatto con il corpo della giocatrice e che non è collegato, nell'immaginario collettivo, alla prestazione sportiva, bensì a un approccio più feticistico che di valorizzazione dell'atleta."
Il tema è quello dell'iper-sessualizzazione del corpo della donna nello sport: "E al di là di questo problema, tutto ciò avviene a discapito della valorizzazione della prestazione sportiva. Dunque, questo tipo di pratica di vendita di oggetti legati al corpo della giocatrice, ma non alla sua prestazione sportiva, finisce per alimentare questo problema globale, che è già fin troppo presente."
In realtà, la scelta da parte della AS Roma di mettere in vendita proprio i pantaloncini delle calciatrici è legata al logo della campagna "Amami e Basta", presente sulla gamba destra sopra il lupetto di Gratton, che rende questi capi un particolare oggetto di collezionismo. Gli stessi pantaloncini, ma della formazione maschile, erano ugualmente all'asta nello stesso periodo. La differenza, però, è stata nel prezzo raggiunto: quelli di Paulo Dybala sono stati i più pagati (422 euro), davanti a Matías Soulé (192 euro) e Tommaso Baldanzi (184 euro).
Una differenza evidente, che nasconde qualcosa. Per capirlo basta guardare al modo in cui ancora oggi viene raccontato, vissuto e commentato lo sport — e in particolare il calcio femminile. Ambienti dove il corpo delle donne è ancora considerato "di troppo". Un corpo che, secondo Charlotte Roisin-Deltombe, "è fin troppo spesso commentato, analizzato, oggetto di un'attenzione che non ha motivo di esistere". Un corpo che rischia di essere trasformato in merce da comprare, più che in talento da riconoscere.



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