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Ti amo e ti odio

Juventus Roma di ieri sera è l'ennesimo scontro diretto perso, l'ennesima prova di maturità mancata.

È un'altra mattina di quelle lì. Di quelle in cui ti svegli e non riesci a pensare ad altro. L'amaro in bocca è solo un eufemismo. È un'altra mattina di quelle lì, in cui pensi a come sarebbe potuta andare, a quanto sarebbe stato bello vincere, a quanto te lo saresti meritato. Non la squadra, ma almeno te. Soprattutto contro di loro, contro quelli lì.

Ieri ho spento la partita al gol del 2-0, lo ammetto. Non ci faccio una bella figura da tifoso, ma chi se ne frega. La Roma che perde, e che perde in questa maniera, mi fa stare male: non riesco a guardarla. È un dolore fisico, all'altezza dello stomaco. La storia del "ti amo anche se vinci" non mi ha mai convinto. Io, quando la Roma perde così, senza combattere, senza coraggio, senza neanche provarci, io la odio.

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Odio e amo. Forse chiedi perché faccio questo?
Non lo so, ma sento che succede e mi tormento.

Ti amo e ti odio: sei il mio tormento, sei la mia passione ma anche la mia ossessione.

Un altro scontro diretto perso, un'altra partita decisiva giocata senza carattere, senza incisività, senza voglia di dimostrare qualcosa. Perché la Roma ieri sera doveva innanzitutto fare questo: dimostrare di essere forte, di essere all'altezza di certe sfide, di certi obiettivi, di certi sogni. Dimostrarlo a sé stessa, dimostrarlo agli altri.

La partita di ieri ci dice che non è così. E dobbiamo soltanto prenderne atto, come avremmo dovuto fare tempo fa. Perché la Roma è una squadra in costruzione, è vero: serve tempo, serve lavoro, servono sforzi (date un attaccante a questo allenatore, anzi meglio: date un intero attacco nuovo) e quello che ha dimostrato fino a questo momento non è da buttare via. Un quarto posto che è un miracolo e che sarà da difendere con le unghie e con i denti, un cammino europeo che si può, si deve, raddrizzare.

Ma da questa Roma vogliamo di più. Vogliamo carattere e cattiveria, vogliamo una squadra affamata come affamati sono i suoi tifosi. Vogliamo una squadra che si presenti in certi stadi e contro certi avversari con la voglia di vincere, di imporre il proprio gioco, la propria identità. Senza paura, senza timori reverenziali, senza calcoli.

Vogliamo una squadra a immagine e somiglianza della sua gente, del suo popolo. Un popolo che non vuole tutto e subito: abbiamo atteso tanto e forse adesso siamo sulla strada giusta.

Ma per continuare quel cammino serve carattere, serve voglia, serve impegno. Serve una Roma all'altezza dei suoi tifosi. E dei suoi sogni.

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