Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo
Menu
Post Image

Intervista a Luigi Garzya: "La mia Roma con Aldair e Nela. I difensori di oggi non sanno marcare"

L'ex difensore di Roma e Lecce, Luigi Garzya, racconta la sua esperienza nella capitale 

Luigi Garzya nella figurina della Roma
La strada tra Lecce e Roma l'hanno fatta in molti. Mirko Vucinic e Julio Sergio, per citare due tra i più famosi. Ma anche Corvia, Tachsidis, Cassetti, Tonetto. Lo stesso Marco Baroni, l'allenatore di oggi dei salentini, è passato per Trigoria tra l'86 e l'87. In questa lunga lista c'è anche Luigi Garzya, cresciuto nel Salento, approda alla Roma nei primi anni Novanta. "Era una squadra fortissima, da Aldair a Balbo, da Carnevale a Nela". Alla fine saranno oltre cento le presenze con il giallorosso della Capitale.

E ce lo racconta in occasione di Roma Lecce di Coppa Italia in questa intervista esclusiva per Il Catenaccio.

Mister Garzya, che piazza è Lecce per uno che ci è cresciuto?

Si tratta di una bellissima piazza, una squadra con una società solida, ambiziosa, in una città che secondo me è una delle più belle del sud ma anche di tutta Italia. Quindi è un bel quadro, tra la città, la società e i tifosi, che fanno una piazza esigente, una piazza che ha fame, in Serie B è la squadra che fa più spettatori, e anche in Serie A per essere una provinciale fa grandi numeri. E questo vuol dire che è una piazza calda.

Dai giallorossi del Salento a quelli della Capitale, che salto è stato?

E' stato il momento più bello della mia vita calcistica e non. Sono arrivato nella città più bella del mondo, una città che io conoscevo, ma da piccolo turista. Inoltre era una società che faceva le Coppe, che giocava in Europa, io venivo da una provinciale e mi sono ritrovato in un mondo totalmente nuovo, dal bianco son passato al nero. Dal punto di vista professionale, poi, è stata un'esperienza unica, positiva. E arrivare in una squadra ambiziosa come la Roma era il sogno di qualsiasi ragazzo.
Luigi Garzya con la maglia della Roma, in basso a sinistra

Che Roma era quella dei primi anni Novanta?

Intanto la differenza è che all'epoca c'erano rose di 18, 19 massimo 20 elementi. Oggi invece ci sono squadre di 30 giocatori, si va in panchina in tantissimi. Prima era diverso. E io ho avuto la fortuna di giocare con tantissimi campioni che oggi, te lo dico, giocherebbero con la sigaretta in bocca in qualsiasi partita.

E quello era uno spogliatoio di tutto rispetto.

Se penso alla difesa, avevo compagni di reparto come Aldair, giocatore fantastico, oppure Sebino Nela. Poi c'erano Balbo, Carnevale, Giannini, Carboni, Hassler, Cervone, Caniggia. Era una squadra forte, che lottava per il vertice, anche se il gap con le altre c'era, c'era eccome. La Juventus, il Milan di Van Basten. Se penso ai giocatori di oggi, insomma... Poi per carità, il calcio è fatto di fasi: c'è il momento in cui vinci il Mondiale e quello in cui non riesci nemmeno a qualificarti.

 Luigi Garzya: "Vi racconto il vero Mazzone alla Roma"

LEGGI ANCHE: INTERVISTA A SIMONE LORIA: "LA CHAMPIONS CON LA ROMA UN SOGNO"

Cosa è cambiato nel modo di difendere nel corso del tempo?

E' cambiato che i difensori di oggi non sanno marcare. Eppure piano piano si sta tornando all'antico, vedo le squadre che giocano con la difesa a tre ed è come se avessero un libero e due marcatori, con gli esterni che si abbassano e vanno a creare uno schermo di cinque giocatori. E così si faceva una volta. Fortunatamente ci sono allenatori come Juric, come Gasperini, allenatori che insegnano calcio. La Roma, in questo senso, si è trovata giocatori già pronti, già preparati a difendere. Penso a Ibanez, a Kumbulla, che hanno lavorato proprio con Juric e Gasperini, gente che gli ha insegnato a marcare. Oggi si preferiscono i difensori belli da vedere, ma alla fine gli errori sono tutti uguali, tutti uguali.

A proposito di allenatori, lei a Roma ha avuto Bianchi, Boskov, Mazzone. Qual è stato il migliore?

Difficile dirlo, ogni allenatore ti lascia qualcosa e come tutte le persone del mondo ogni allenatore ha pregi e difetti. Io ho cercato di prendere da ognuno di loro qualcosa, sia sotto l'aspetto caratteriale che sotto l'aspetto tecnico, della preparazione. Anche perché quando arrivi a Roma se non sei preparato duri poco. Poi si pensa a Mazzone, a Bianchi, come emblema del carattere, dell'allenatore solo grinta e cattiveria. La gente non sa che invece erano allenatori preparatissimi, all'avanguardia. Prendi Carlo, lo vedevi così, in tuta, sembrava uno qualunque. Invece era un allenatore che studiava, si aggiornava, si preparava. Tu entravi in campo e sapevi cosa fare.

E poi sulla panchina c'è stato anche lei, soprattutto quella azzurra.

E lì ne ho visti tanti di campioni in erba. Penso a Barella, a Orsolini, a Favilli, a Mandragora, allo stesso Mancini della Roma. L'ho avuto per poco, nelle due partite in Under21 con Chicco Evani, quando Di Biagio era salito con la maggiore. Furono due partite impegnative, contro Serbia e Norvegia. Un'esperienza rapida, ma che mi ha permesso di conoscere tanti giocatori bravi.

Garzya a colloquio con un giovanissimo Francesco Totti e Andrea Pazzagli

 C'è qualcosa in programma nel suo futuro da allenatore?

Da quando c'è stato quel maledetto lockdown si è fermato un po' tutto. Poi il lavoro dell'allenatore che piace a me è quello con i giovani e in questo ambiente è difficile che ti chiamino da fuori. I club sono in crisi e una società preferisce chiamare uno di casa per allenare i suoi ragazzi. La mia speranza è quella di poter lavorare con le giovanili del Lecce.

LEGGI ANCHE: TAMMY ABRAHAM, MUOVERSI NEGLI SPAZI NONOSTANTE TUTTO


Un'ultima battuta, giovedì inizia l'avventura della Roma in Coppa Italia, un trofeo che era abituata ad alzare. E' arrivata l'ora di portarla a casa di nuovo?

Per la legge dei grandi numeri è ora di tornare a vincere, per me la Coppa Italia deve diventare un obiettivo dei giallorissi. Perchè per il piazzamento Champions è dura: le quattro là davanti vanno forte, poi accanto c'è la Lazio, c'è la sorpresa Fiorentina, c'è la Juventus che è sempre la Juventus. E per il quarto posto non basta Sergio Oliveira. Poi c'è anche la Conference League e gli obiettivi si possono raggiungere. Uno dei tre lo devi raggiungere, o per lo meno ci provi. Perché poi ci sono sempre gli avversari. 

Cartoline da Mirko Vucinic
L'attesa di Elena Linari
 

Commenti (0)

  • Non ci sono commenti. Inserisci un commento per primo.

Lascia un commento

Immagine Captcha

Accettando accederai a un servizio fornito da una terza parte esterna a https://mail.il-catenaccio.it/

Like what you see?

Hit the buttons below to follow us, you won't regret it...