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Intervista a Leonardo Menichini: "La mia Roma tra Rocca e Mazzone. Salerno piazza fantastica"

"Domenica sera per la Roma non sarà facile, affrontare la Salernitana in casa è sempre tosta". Leonardo Menichini è sicuro. E di uno che conosce la piazza campana come lui ci si deve fidare. Da allenatore dei granata è riuscito a portare a casa un campionato vinto, quello di LegaPro, e due salvezze.

Calciatore della Roma tra il 1976 e il 1978, torna sulla panchina giallorossa negli anni Novanta, insieme a Mazzone, cui farà da vice per quattordici anni. In mezzo c'è la cavalcata di Carletto contro l'Atalanta, la qualificazione in Uefa con il Cagliari, il lancio definitivo di Totti, la scoperta di Florenzi. Questo e tanto altro nella sua intervista esclusiva per Il Catenaccio.

Che piazza è quella di Salerno?

È una piazza straordinaria, che vive in simbiosi con la squadra, si alimenta di passione e vive per il calcio, 7 giorni su 7. Poi la Salernitana è la squadra della città, rappresenta per Salerno un motivo di orgoglio e di grande aggregazione, la partita della domenica è l'evento settimanale, si vive in virtù di quella. Poi Salerno è una città bellissima.

Che gara sarà quella tra Roma e Salernitana?

Sarà una gara non facile, combattuta. Le squadre di Castori sono solide, rocciose e affrontare la Salernitana in casa sua è tosta, anche se con la vicenda del trust societario non è riuscita a rinforzarsi e a muoversi sul mercato come voleva. La Roma però è in fiducia, l'arrivo di Mourinho, che è un grande allenatore, ha dato entusiasmo. La partenza è stata roboante, ha fatto un risultato importante con il Trabzonspor e ha vinto una partita non facile contro la Fiorentina. Finalmente c'è quell'entusiasmo che la piazza di Roma aspettava.

Da calciatore, a Roma ha condiviso lo spogliatoio con un ex di Roma e Salernitana: Agostino Di Bartolomei. Che ricordo ha di Ago?

Una persona straordinaria, unica. La sua tragedia addolora tutti noi. Era un punto di riferimento nello spogliatoio per quello che sapeva trasmettere. Era IL Capitano. Anche se quando c'ero io a Roma la fascia era di Santarini, Agostino aveva qualità, personalità, faceva sempre interventi mai banali, era una persona di spessore. Già si capiva quello che sarebbe stato. Avrebbe potuto dare tanto al calcio.

Quegli anni a Roma passò anche Walter Sabatini.

Era nel mio stesso "gruppo". Eravamo i giovani della squadra: io, Sabatini, Maggiora, Chinellato, Musiello, c'era anche un giovane Bruno Conti. Poi c'era lo zoccolo duro degli esperti, gente come De Sisti, Santarini, Paolo Conti, tutti nel giro della nazionale. Poi come dimenticare un campione come Francesco Rocca, che si fece male proprio in quegli anni. Un grande, fu una perdita immensa, venne a mancarci un giocatore unico, che non a caso chiamavamo Kawasaki.

Che Roma era quella di quegli anni?

Erano gli anni di una Roma con obiettivi bassi, in un periodo di transizione. Erano gli anni del presidente Anzalone. Facemmo due anni a metà classifica: 7° posto nel 76/77 e 8° l'anno successivo. Piazzamenti che non potevano soddisfare i tifosi. Erano gli anni degli allenatori Gustavo Giagnoni, tecnico capace, e di Nils Liedholm, precursore del calcio futuro. Già all'epoca ripeteva il suo mantra: "se la palla ce l'abbiamo noi, gli altri non possono segnare".


Leonardo Menichini, in un derby tra Roma e Lazio. Fonte LazioWiki

Poi l'approdo in panchina, da secondo di Carlo Mazzone. Che rapporto ha avuto con lui?

Carlo è una grande persona, è stato il mio maestro. Mi ha insegnato un mestiere e mi ha dato l'onore di essere al suo fianco, lo ringrazierò sempre. Il primo incontro fu quando ero ancora calciatore. Era il 1978, Carlo Mazzone va ad allenare a Catanzaro e decide di acquistarmi dalla Roma. Dopo due anni va ad Ascoli Piceno e io ancora una volta lo seguo. Lì è nata la collaborazione, durata oltre 14 anni. La prima volta insieme fu a Cagliari, nel 1991. Mi chiamò, io avevo appena smesso di giocare. Accettai subito.

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E subito dopo Cagliari, ecco il ritorno a Roma.

In Sardegna abbiamo fatto molto bene, al primo anno la salvezza, poi la storica qualificazione in Coppa Uefa, dopo 21 anni. Poi il presidente Sensi, appena arrivato, pensò bene di chiamare Mazzone sulla panchina. Il primo anno ci fu qualche difficoltà, la squadra non era attrezzata, ma già l'anno successivo arrivammo quinti e tornammo in Europa. Erano arrivati Fonseca, Thern, recuperammo Carboni. Poi c'erano Cappioli, Aldair, capitan Giannini. Furono anni molto belli. Ma non posso dimenticare una partita.

Quale?

Quella con lo Slavia Praga, nei quarti di finale di Coppa Uefa. Perdemmo 2-0 all'andata, al ritorno facemmo una rimonta clamorosa: eravamo 3 a 0. Poi il gol di Vavra...

Leonardo Menichini al fianco di Carlo Mazzone, sulla panchina del Cagliari

E proprio quegli anni, a Roma, Mazzone lanciò definitivamente un certo Francesco Totti.

Lo abbiamo lanciato noi, anche se aveva debuttato l'anno prima con Boskov. Il salto definitivo però con Mazzone. Ricordo che appena arrivati a Trigoria chiedemmo quale giovane c'era da poter aggregare in prima squadra. Roberto Pruzzo e Luciano Spinosi, che all'epoca era allenatore della Primavera, ci dissero: "C'è un ragazzo che è fantastico, si chiama Totti". Lo portammo con noi, Mazzone appena lo vide disse: "Questo rimane con noi e non se move, diteglielo alla Primavera". Fu così che alla prima di campionato, contro il Foggia, Totti gioca e segna. Il resto lo sappiamo.

Tra le scene indelebili di Carlo Mazzone c'è la cavalcata contro i tifosi dell'Atalanta. E a rincorrerlo c'era anche lei.

Eravamo al Brescia, la rivalità era acerrima. Eravamo sotto 0-3 e alcuni tifosi bergamaschi hanno cominciato a insultare Carletto. Facemmo il 3 a 1, ma eravamo sempre lì. Poi il 3 a 2. Si gira e gli fa: "Se facciamo il terzo vengo là sotto". E lo fece. Io non pensavo partisse così. Ci ha pure distanziato, perché pensavamo facesse solo qualche passo e invece arrivò fino a sotto la vetrata. È indimenticabile.

Tra i tanti giovani che ha forgiato, c'è anche Alessandro Florenzi. Cosa non ha funzionato tra lui e la Roma?

Onestamente non lo so. So solo che è un grande professionista, sa fare tutto, sa giocare ovunque. Lo consigliai al direttore Ursino, pensavo fosse perfetto per il campionato di Serie B del Crotone. Io dicevo "paghi uno e prendi tre". Gioca a centrocampo, con Zeman ha giocato mezzala, ora fa il terzino. Anche se lì, per la prima volta ce lo misi io. Era una sfida con il Lecce di Di Francesco, in Coppa Italia. Ero in difficoltà perché non avevo esterni bassi. Gli chiesi se se la sentiva a giocare dietro e lui mi fece: "Mister, che problema c'è?". Fu uno dei migliori in campo. Poi la gara successiva, in campionato contro il Livorno, lo riportai a centrocampo. E fece gol.

L'ultima esperienza in panchina è proprio sull'altra sponda di Roma, in casa Lazio per allenare la Primavera. Che esperienza è stata?

Dopo gli anni con la Salernitana avevo necessità di avvicinarmi a Roma. Così Lotito mi propose la Primavera. Forse ho avuto dei problemi di adattamento, è stata un'esperienza positiva ma terminata non bene, io sono stato esonerato ma la squadra è retrocessa lo stesso. Preferisco lavorare con i grandi. Infatti con la Salernitana, insieme ai calciatori, abbiamo fatto molto bene. La vittoria del campionato in LegaPro, poi due salvezze, una con il Lanciano e l'altra con il Venezia. Grande merito a Fabrizio Castori, ma se oggi i granata sono in A è anche merito mio.

Per il futuro adesso cosa prevede?

Il futuro è sulle ginocchia di Giove. La cosa certa, per il futuro, è che domenica sarò a Salerno per godermi dal vivo Salernitana-Roma.

Da allenatore della Lazio, Menichini con Alberto De Rossi

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