La storia del brasiliano che sfidò Pelé, vinse a Firenze e oggi lotta contro l'Alzheimer, dimenticato dal calcio che ha incantato.
"Ciccio Cordova, Amarildo, Del Sol, ogni tiro, un gol". Il coro, ritmato, è degli anni '70. La cornice è quella dello Stadio Olimpico. In campo, invece, c'è la Roma di Helenio Herrera, quella delle belle speranze poi tradite dal campo. I protagonisti sono loro: Ciccio Cordova, il capitano da oltre 270 presenze che passò alla Lazio; Luis Del Sol, lo spagnolo arrivato nella capitale dopo una carriera tra Juventus e Real Madrid. E poi lui: Amarildo Tavares da Silveira.
El garoto, per alcuni, il ragazzo, per quella sua faccia da bambino, per il corpo esile, per la statura. Per altri, invece, era O Possesso, il posseduto. E non serve spiegare perché. O forse sì: perché dentro quel soprannome c'era un po' di tutto. C'era l'estro, la fantasia, la velocità che faceva diventare matti i difensori. C'era la rabbia che esplodeva quando quei difensori provavano a fermarlo, sempre con le maniere forti, e che costerà 10 espulsioni e 32 giornate di squalifica. Piede fatato, testa ribelle. Quando arriva in Italia, nell'agosto del 1963, sponda Milan, il "Calcio e Ciclismo Illustrato" lo descrive come "il mulatto che odia Pelé": "Tra lui e Pelé corre un odio simile a quello che fece la sventura di Caino e Abele, si detestano come fratelli. 'O rey' Pelé è, in fondo, geloso della nuova gloria del ragazzino, il quale, a sua volta, non intende riconoscere la superiorità del 'rey' etichettato". Una rivalità esplosa in Italia dopo l'amichevole di San Siro, maggio 1963: è il secondo tempo, il CT Moreira dice al ragazzo di scaldarsi, voleva sostituire la Perla nera, ma Amarildo non ci sta: "Io non gioco, dovevo entrare prima", gli dice.
Una carriera passata in contrapposizione con l'eroe brasiliano, che Amarildo dovette sostituire ai Mondiali del 1962 senza farlo rimpiangere: 3 gol, di cui uno in finale, e Coppa Rimet al Brasile. Il Brasile dell'amico Garrincha, di Mario Zagallo, di Didi e Zito in mediana. Era l'estate dell'asta del Botafogo, dei 280 milioni messi sul banco dalla Juventus di Umberto Agnelli, dello stop della Federcalcio, che negò il tesseramento. L'arrivo in Italia del Garoto, classe 1939, nato a Campos dos Goytacazes, è solo posticipato: la spunta il Milan, con il quale gioca per quattro anni, mettendo a segno 32 gol in 107 partite, prima di andare a scrivere la storia a Firenze. Qui trova Bruno Pesaola, che lo coccola, lo fa sentire importante, lo sposta in avanti, senza compiti difensivi, con solo il gol nella testa. La trovata è geniale: Amarildo si scatena, la Fiorentina vince il suo secondo scudetto. La luna di miele con la Viola dura solo un altro anno (a differenza di quella con Fiamma, fiorentina di Ponte Vecchio, di cui si innamora e che porta all'altare) prima di arrivare a Roma. Il presidente Anzalone lo convince con un contratto a gettone, Herrera lo manda subito in campo, al primo impegno stagionale: il derby di Coppa Italia, davanti a quasi 73 mila tifosi, vinto 2 a 0 dai giallorossi. Saranno 42 le presenze con la Roma, condite da 11 reti. Poi il ritorno in patria, per chiudere la carriera con il Vasco da Gama, e di nuovo in Italia, sempre a Firenze, come allenatore.
Oggi, Amarildo ha 87 anni, soffre di Alzheimer, è ricoverato da tre anni e il mondo del calcio lo ha dimenticato. "Credo che il problema più grande nel calcio sia l'ingratitudine. Vedo come mio padre è stato completamente dimenticato", ha raccontato il figlio a O Globo, "è facile parlare di una persona quando non c'è più. Arrivano quei due o tre giorni di omaggi. Ma questo non basta." Insieme al figlio, accanto ad Amarildo c'è Fiamma. "Ho due sogni per il futuro", raccontò nel 2011 in un'intervista di Massimiliano Castellani per Avvenire, "tornare a lavorare per i club italiani, ma prima di tutto, fare una passeggiata mano nella mano con mia moglie Fiamma per le strade di Firenze come quando eravamo giovani. Ci penso tutti i giorni...".
Intanto lunedì sera il campionato si apre proprio con Roma-Fiorentina. Una partita che Amarildo, con la maglia giallorossa, non ha mai vinto. Forse proprio per non tradire il suo grande amore.







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