Dallo striscione dei calciatori di Bielsa contro i tagli di López Murphy alle nuove mobilitazioni contro il veto di Milei: ventiquattro anni di lotte per la scuola e l'università in Argentina.
È il 6 settembre 2001. Argentina e Brasile scendono in campo per una partita di qualificazione ai Mondiali 2002. Siamo all'Estadio Monumental di Buenos Aires. La partita finirà 2-1 per l'albiceleste, ma non è questo ciò che conta.
A fare notizia è lo striscione che gli uomini di Marcelo Bielsa srotolano quando entrano in campo davanti ai 51 mila spettatori di quella sera: «Defendamos la educación pública». Difendiamo l'educazione pubblica. La stessa scritta compariva anche sulle magliette dei calciatori. Ci sono López e Crespo, Samuel e Zanetti, Simeone e Aimar, Ayala e Placente. Tutti uniti in una battaglia per la scuola, per l'università.
Erano i giorni del piano economico del ministro dell'Economia Ricardo López Murphy, che varò una serie di tagli al bilancio per oltre 1,9 miliardi di pesos. A pagare il prezzo più alto sarebbe stato il mondo dell'educazione, con cancellazioni di borse di studio e altre pesanti ricadute.
L'ondata di proteste fu vastissima, in tutta l'Argentina. López Murphy si dimise dopo soli 15 giorni e il suo programma non passò.
Ventiquattro anni dopo, il mondo dell'istruzione argentino vive lo stesso pericolo. Il sistema educativo è di nuovo al centro di un forte conflitto politico e sociale. Dopo mesi di mobilitazioni di studenti, docenti e sindacati contro i tagli di bilancio, il Congresso aveva approvato una legge che aumentava i fondi destinati alle università pubbliche e prevedeva l'adeguamento dei salari all'inflazione. Tuttavia, il 12 settembre 2024, il presidente Javier Milei ha posto il veto alla norma con il Decreto 879/2024, pubblicato a ridosso della scadenza dei termini.
Secondo il governo, la legge era incostituzionale perché non indicava le fonti di finanziamento e perché la sua applicazione avrebbe richiesto oltre 800 miliardi di pesos aggiuntivi nel 2024, mettendo a rischio gli obiettivi di equilibrio fiscale. Inoltre, avrebbe concesso al personale universitario aumenti salariali superiori rispetto ad altri dipendenti pubblici, compromettendo la libera contrattazione collettiva.
Il veto di Milei ha scatenato nuove proteste in tutto il Paese, con manifestazioni particolarmente partecipate a Buenos Aires davanti al Congresso. La legge respinta mirava a ripristinare i bilanci universitari erosi dall'inflazione del 211% registrata nel 2023, introducendo aggiornamenti bimestrali legati all'indice dei prezzi al consumo. Prevedeva anche aumenti salariali per i docenti, con adeguamenti mensili automatici in caso di mancati accordi paritari.
Ora il progetto torna in Parlamento: per annullare il veto servono i due terzi dei voti in entrambe le Camere. Se ciò non avvenisse, la legge non potrà essere ripresentata fino al 2025. Nel frattempo, come scrive Clarín, le università continuano a funzionare con bilanci congelati e stipendi ridotti in termini reali, alimentando il timore di un deterioramento della qualità e della stessa continuità dell'istruzione pubblica gratuita.



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