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Così non va più bene

Il rapporto tra gioco e arbitraggio nel calcio ha raggiunto il punto di rottura. Un confronto con il rugby.

C'è bisogno di fare meglio di così. E non è questione di arbitri, di protocolli, di VAR, di rossi o di gialli: è una questione di rispetto verso uno sport, il calcio, che ultimamente sta dando il peggio di sé. Lo sta facendo attraverso le parole e le azioni dei protagonisti — giocatori, allenatori, giornalisti e addetti ai lavori. La complessità di uno sport che resta il più popolare al mondo viene continuamente messa in secondo piano, appiattendo e riducendo l'analisi all'episodio arbitrale di turno.

Così sì che diventa uno sport davvero poco interessante e decisamente scarno, soprattutto se paragonato alle storie con cui siamo entrati in contatto proprio in queste settimane con le Olimpiadi invernali in Italia. Storie di vita, spiegazioni tecniche dei gesti che gli atleti dovevano compiere, tattiche — qualora ce ne fosse stato il bisogno — e mentali, perché un campione non raggiungerebbe nessun risultato senza quell'aspetto.

Una narrazione ricca, variegata e, perché no, complessa, che ha permesso a chi è lontano dagli sport invernali di entrarvi in contatto e capirne meglio funzionamento, regole e protagonisti; e a chi invece è appassionato e li segue sempre — non solo durante le Olimpiadi — di approfondire conoscenza e sapere, offrendo a tutti un'esperienza che andasse oltre la gara in sé, immersiva a 360 gradi.

Questa narrazione, promossa da giornalisti, atleti e addetti ai lavori, è il modo giusto per raccontare lo sport: far appassionare davvero lo spettatore, coinvolgerlo, impegnarlo, permettendogli di andare in profondità per comprendere meglio ciò che sta guardando.

Tornando al calcio, sabato 14 febbraio si è giocato il derby d'Italia, Inter-Juventus, e dopo la partita — finita 3-2 — non si è parlato d'altro che del rosso dato a Kalulu per un fallo inesistente su Bastoni e della sceneggiata dello stesso Bastoni per indurre l'arbitro a espellere il giocatore bianconero.

È stata una partita molto ricca dal punto di vista tattico, sia prima dell'espulsione sia dopo, con la Juventus che ha dovuto sopperire alla mancanza di un giocatore accettando di soffrire, ma mantenendo sempre alto il livello del palleggio quando riusciva a riottenere il pallone, per respirare attraverso il possesso. Con l'Inter che ha trovato i due gol del vantaggio — nel mezzo il pareggio di Locatelli — grazie alla qualità dei propri giocatori, come Dimarco, Pio Esposito e Zielinski, lasciando però sempre la porta aperta a un possibile pareggio della Juventus a causa di una continua imprecisione nella gestione del vantaggio.

Eppure, nei giorni successivi si è parlato solamente di quel rosso e di quella simulazione.

È necessario affrontare la questione su due piani diversi: uno che riguarda l'arbitro come figura — con VAR, protocolli e regole — e l'altro su come si decide di raccontare il calcio.

Per quanto riguarda gli arbitri, è vero — inutile nascondersi — quest'anno c'è sicuramente tanta confusione. Dopo anni di VAR siamo arrivati a un punto in cui il protocollo va migliorato: le zone grigie sono troppe, l'arbitro di campo troppo spesso non è quello che prende la decisione finale (basta vedere quanto successo in Milan-Parma, in cui l'arbitro di campo Piccinini è stato influenzato in maniera evidente dall'arbitro al VAR Pairetto per cambiare decisione e convalidare il gol inizialmente annullato al Parma).

Questo genera ancora più confusione, sia nei giocatori in campo sia negli spettatori a casa, perché non è più chiaro chi decida e quale sia, a questo punto, l'autorità dell'arbitro in campo.

Al di là delle situazioni specifiche — come quella del doppio giallo che non può essere rivisto o dei gol che nascono da calci d'angolo che neppure dovevano esserci per un fuorigioco nell'azione precedente o per un ultimo tocco errato — il problema vero è la confusione generale su chi prende le decisioni e, quindi, sull'autorità stessa dell'arbitro.

I giocatori ormai hanno quasi perso il rispetto per l'arbitro: provano a fregarlo con ogni mezzo possibile, protestano per ogni minima decisione. Questo sta diventando sempre meno tollerabile in una Nazione che finalmente sta scoprendo altri sport ed è sempre meno "calcio-centrica".

Per fare un esempio banale ma utile: in queste settimane si sta svolgendo il Sei Nazioni, uno dei tornei di rugby più importanti al mondo. Con un'Italia finalmente competitiva, tanto nuovo pubblico sta scoprendo come l'arbitro possa essere rispettato non solo a prescindere, ma anche quando prende decisioni che danneggiano la tua squadra — e, incredibile ma vero, pure quando sono sbagliate.

Perché l'arbitro sbaglia, sbaglierà e può anche farti perdere una partita per una decisione errata, ma va rispettato comunque. Intanto perché certamente non commette un errore di proposito — ed è bene fissarselo in testa, altrimenti tanto vale chiudere tutto e smettere di guardare sport se si parte dal presupposto della malafede — e poi perché il suo ruolo è garantire che la partita si svolga secondo le regole, non punire i "furbetti" come un insegnante delle superiori con alunni capricciosi.

La funzione dell'arbitro è garantire che la partita si svolga correttamente, mettendosi al servizio di essa: prendere provvedimenti verso chi trasgredisce, sì, ma non con lo scopo di punire, bensì con quello di rendere la partita regolare, equa e, perché no, più godibile anche per lo spettatore.

Questa distinzione tra il ruolo che l'arbitro ha e come invece viene percepito è sottile, ma fondamentale per instaurare un rapporto civile, rispettoso e soprattutto adulto con lui.

E arrivando al secondo punto, quello della narrazione: da questo cambio di mentalità sulla funzione arbitrale ne gioverebbero tutti — giocatori, allenatori, dirigenti, arbitri e giornalisti — che finalmente potrebbero concentrarsi sui contenuti reali di una partita di calcio, quelli tecnici, tattici e mentali, lasciando da parte le polemiche arbitrali per far appassionare davvero di nuovo le persone a questo sport così bello.

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