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Non siamo pirla se vogliamo Pirlo

Pieno sostegno alla (presunta) minoranza che chiede Andrea Pirlo sulla panchina della Nazionale. 

Necessaria premessa: l'immeritato possessore di questo spazio è assolutamente convinto che sia giusto e necessario affidare la guida dell'Italia ad Andrea Pirlo. Ma non si tratta né di un capriccio e nemmeno della sindrome della minoranza che già investe e coinvolge altre e alte categorie del Paese. E, dunque, si chiede, con queste righe, con entusiasmo e vigore che il prossimo tecnico dell'Italia sia Pirlo Andrea nato a Flero, piccolo comune del Bresciano, nel non lontanissimo 1979. Flero, potrebbe derivare dal latino "freores" a sua volta somigliante al termine bizantino "frear", che significa sorgente o potrebbe trarre origine dal nome "infleures", che vuol dire "tra i fiori". Ebbene il buon Andrea potrebbe rappresentare, a ragione, la sorgente del calcio italiano, e in ogni caso un profeta di un nuovo messaggio "tra i fiori". Lui, campione del mondo del 2006, con la sua chioma che rievoca Sansone e la sua straordinaria forza che risiedeva nei capelli, lui chiamato "Il Maestro" e che in qualche modo, senza voler essere blasfemi, richiama con il viso anche l'iconografia del Cristo. Sì, siamo per Andrea Pirlo senza se e senza ma. Non si condivide personalmente la scuola di pensiero in voga su taluni giornaloni in queste ore che additano un incarico di tale prestigio assolutamente immeritato per l'ex centrocampista, ribattezzato con un indimenticabile nomignolo da uno straordinario Franco Melli durante il "Processo di Biscardi", e quanto ci mancano l'Aldone e quelle trasmissioni nelle quali si discettava di calcio con leggerezza e qualche strafalcione, bar dello sport puri e genuini, senza essere laureati in tatticologia applicata, ogni tiro casuale che diviene formula matematica, ogni gesto involontario un'azione a lungo ponderata e provata, addirittura, in allenamenti specifici. No, nello studio di Biscardone, ti sentivi a casa, con gli amici al bar, quando si parlava di calcio in libertà, qualche esagerazione, provocazioni assortite, e una bella e leggera risata. Il calcio sì, ma senza evocare chissà quali religioni e fantasmi, senza urlare, senza immaginare ciò che non c'era, e soprattutto non c'erano "marchesi del grillo" depositari della verità del football, mentre il resto del pianeta non capisce un tubo, e solo io capisco di pallone. Il Maestro Melli, voce e megafono del calcio all'ombra del Colosseo ebbe da appiccicare al forse, futuro (almeno noi lo speriamo…) commissario tecnico della Nazionale Italiana, l'etichetta di "metronomo". Ora il buon Franco usava e abusava di tale termine con un'accezione non propriamente positiva, ma in realtà, dizionario alla mano, il metronomo è "lo strumento usato in ambito musicale per misurare il tempo ed esplicitare il ritmo". 

Insomma Andrea Pirlo quando scendeva in campo da calciatore, un mix tra centrocampista, rifinitore e tuttocampista, era di fatto colui il quale si assumeva l'onere di aiutare i musicisti a suonare a tempo. Ruolo fondamentale ed affascinante, quindi, come e più di un direttore d'orchestra, che cerca di dare armonia ad uno spettacolo che non ha eguali in fatto di emozioni, una serie di strumenti che utilizzati nei tempi e modi giusti, consente la realizzazione di una magia: la musica in concerto. E il nemmeno cinquantenne bresciano non può essere derubricato per questo in un potenziale commissario tecnico di nazionale senza grossi meriti né medaglie conquistate al fronte. Già la sua capacità di essere metronomo da calciatore significa, a nostro modestissimo parere, che dispone nel suo dna della visione di insieme, del ruolo di guida, della capacità di lasciare andare strumenti e suoni nella giusta direzione per sublimare la magia della perfetta esecuzione musicale.

Andrea Pirlo migliore scelta per la Nazionale Italiana 

Ma si dirà che ci sono ben altri allenatori più bravi e vincenti di lui, che sono in attesa della chiamata del nuovo triumvirato federale, Giovanni Malagò, Paolo Maldini e Leonardo, che si è assunto il pesante fardello di lanciare e rilanciare il calcio azzurro. Ecco un'altra importante chiave di lettura che porta a capire come sia, invece, Andrea Pirlo la soluzione. Lanciare e rilanciare è lavoro duro, lungo e oneroso. Occorre costruire, giorno dopo giorno, occorre avere il coraggio di cambiare le cose, occorre mettere mano ad una materia che anche i saggi opinionisti dei giornaloni ritengono complessa e bisognosa di lavoro accurato e dettagliato. Alzi la mano, ordunque, chi è pronto a mettere nero su bianco, scommettendo magari grandi averi e affetti, sul fatto che, per esempio, un vincente seriale che si fa corrodere dalla voglia immediata di vittoria come Antonio Conte, che questi sia disposto a costruire, ad accettare (la palla è rotonda signori…) che si possa non conquistare subito il primo posto al prossimo e imminente campionato Europeo e magari avere pazienza e dire come il buon Carletto Ancelotti da Rio de Janeiro, "questa eliminazione non è la fine ma l'inizio di un percorso", all'indomani dell'uscita prematura dai campionati mondiali che volgono al termine in questi giorni con la finalissima dal sabor latino Spagna-Argentina.

Alzi la mano chi, altresì, crede che un vincente che non vuole, poi, dopo un trionfo arrivare secondo come Antonio Conte (e il suo biennio al Napoli lo dimostra, con le sue insofferenze della seconda stagione, le schermaglie con il presidente, il cercare alibi a tutti i costi), mettere nero su bianco che questi dopo aver vinto il prossimo e imminente campionato Europeo voglia proseguire e rischiare una figuraccia al mondiale del 2030 (la palla è rotonda signori…), piuttosto che prendersi il trofeo, metterlo in bacheca, mentre si specchia beato, se lo guarda e ripete a sé stesso che lui è un vincente. Alzi la mano chi, ancora, possa mettere nero su bianco che uno come Antonio Conte "si accontenti" di un lungo percorso in Nazionale dove ci si vede e si gioca poco, e non si ha il controllo maniacale delle cose, come, invece, può avvenire con il lavoro quotidiano in una squadra di club. I saggi dei giornaloni sono arrivati addirittura a puntare il dito all'Andrea Pirlo "amico" di Paolo Maldini e per questo scelto rispetto agli altri, elaborando la tesi che sarebbe specchio dell'Italia dei raccomandati dove non va avanti chi merita ma chi è amico degli amici. E su questo due semplici domande nascono spontanee, come diceva (veramente per lui la domanda era una sola…) l'ineffabile Antonio Lubrano in onda su Rai Tre in una trasmissione visionaria che ha anticipato, e in maniera positiva, il servizio di verità che la televisione dovrebbe rendere ai cittadini.

Ma siamo sicuri che Pirlo sia "peggio" di Conte e Mancini?

La prima domanda è sapere dove erano lorsignori quando in clima Calciopoli venne convocato al capezzale di via Allegri Demetrio Albertini il quale chiamò a guidare il compagno milanista Roberto Donadoni che non aveva (da allenatore) esattamente il curriculum di uno da Hall of Fame. Erano anche in quella sede detrattori di tale scelta poiché figlia di amicizie piuttosto che di titoli e referenze conquistate sul campo, anzi in panchina, o si schierarono tra i grandi rivoluzionari, moderni Che Guevara, a sostenere che, invece, si doveva rinnovare e che basta con allenatori troppo affermati e costosi, chiacchierati e addirittura in odore di conflitti di interessi con i procuratori, mentre il giovane Donadoni rappresentava il nuovo, il cambio di paradigma? La seconda domanda è, invece se si sostiene il nome scelto, quasi imposto dai presidenti della Lega di serie A, che a gran voce, andando oltre le loro competenze, hanno sollecitato l'assunzione di Antonio Conte alla guida dell'Italia, non si è dalla parte di chi opera con il criterio degli "amici degli amici"? Cioè, se la Federcalcio chiama sulla panchina della Nazionale maggiore chi è a dir poco gradito dai padroni del vapore della Lega Calcio prende una decisione autonoma? O stiamo sempre applicando la teoria degli "amici degli amici"? Delle due l'una, se vale la malafede, pari sono i non requisiti di Pirlo e Conte, viceversa, valgono per entrambi valutazioni di altro genere e in buona fede. E, poi, ma siete così sicuri che uno che alla Juventus, come dimostrato dai suoi successori, ha fatto meglio di loro, che alla Sampdoria, come dimostrato dai suoi successori, ha fatto meglio di loro, sia poi così da buttare come allenatore? A proposito di…fonti e sorgenti, poi, ci sovviene un certo Luis de la Fuente, ovvero il commissario tecnico di una delle due nazionali più forti al mondo. A questo signore, la stragrande maggioranza di opinionisti, urlatori, saggi, vergatori dei giornaloni, indistintamente, riconosce che una delle qualità, quasi un valore aggiunto, di questa Spagna è quello di non essere un tecnico big che viene da uno dei grandi club, bensì il cosiddetto tecnico federale, ovvero colui il quale ha vissuto la trafila delle selezioni nazionali, dalle giovanili sino alla Maggiore.

Andrea Pirlo con l'ultima maglia da calciatore della sua carriera, quella del New York City

 Andrea Pirlo il nome giusto per un nuovo progetto Italia

Qualcuno nostalgicamente ha ricordato che così avveniva un tempo dalle nostre parti e questo sistema ci ha regalato, per esempio, tecnici del calibro di Enzo Bearzot, Azeglio Vicini e Cesare Maldini, papà del nostro neopresidente del Club Italia, Paolo. Si fa sommessamente notare che chi come Andrea Pirlo non ha ancora cinquant'anni, ha l'umiltà di non pretendere mega-stipendi che necessitano di "aiuti economici" dei club di serie A, sarebbe sicuramente maggiormente disposto a fare la carriera federale, a stare a lungo con l'Italia, a credere in un progetto che lo vede ingranaggio di un progetto pensato per lui e con lui, per rifondare un certo tipo di calcio italiano, cambiare una mentalità asfissiante di raggiungere successo con grinta ma senza talento, con pressione esagerata ma senza fantasia, bensì con il tempo giusto e insegnando alle nuove generazioni la bellezza del calcio, e che se si gioca bene al calcio, se si ha capacità con quella palla bianca e nera, se si scende in campo rispettando la maglia che si indossa, i risultati arrivano, e in ogni caso se si sta costruendo un palazzo ex-novo, inutile correre ad acquistare le finestre e le tende, il segreto è stare in cantiere, con gli operai, a fare le fondamenta, a farle bene, con calma, durature e senza pretese, senza fretta, ma con la certezza di voler fare ciò che serve per il futuro.

P.S.: nell'arringa pro Andrea Pirlo ci si è astenuti dal citare altri presunti protagonisti del toto-allenatori della nazionale. Parlare di Roberto Mancini sarebbe sparare sulla croce rossa, più amico degli amici, lui che del presidente della Federcalcio è realmente amico, non ci sta nessuno probabilmente. Ma per il Mancio la scure dei giornaloni sul "curriculum dell'amico" non è giunta, come mai? Ma siamo così sicuri che si voglia un commissario tecnico che è scappato dalla nave Italia che affondava? Un commissario tecnico che con grande sincerità non ha nascosto di aver preferito i petrol-stipendi di terre esotiche alle miserie italiane? Parlare di Pep Guardiola sarebbe altrettanto sparare sulla croce rossa, si può mai immaginare di volere sulla panchina della Nazionale Italiana il re del "tiki-taka", colui il quale nulla ha a che vedere, nel bene e nel male, con gioco, mentalità, modi di pensare del calcio tricolore? E, poi, siamo così sicuri che Guardiola sulla panchina degli azzurri non faccia scatenare giornaloni e giornalini sulla questione "ma perché uno straniero, con tutti gli italiani bravi che abbiamo", "invece di rilanciare il vivaio italiano, ci prendiamo anche l'allenatore straniero". Last but not least: a proposito di esperienza ma Pep Guardiola poi quali trascorsi da allenatore di nazionali ha?

Non siamo pirla se vogliamo Andrea Pirlo… 

Lampi mondiali #12 | Ultimo tango a New York
 

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