Il c.t. della nazionale palestinese racconta l'impossibilità della normalità sotto le bombe, lo sport trasformato in calvario e il calcio come voce di un popolo che rifiuta di morire.
"Sa qual è la cosa che temiamo di più? Il telefono. Un avviso può dirci che è morto un amico o un familiare". Così Ihab Abu Jazar, commissario tecnico della nazionale palestinese dal dicembre 2024, descrive l'angoscia quotidiana di un popolo in guerra.
Nato a Rafah, oggi ridotta a macerie, Abu Jazar guida una squadra che non gioca una partita "in casa" da oltre sei anni. Le trasferte iniziano ai checkpoint: "A volte ci vogliono otto ore per percorrere un chilometro - risponde a Francesco Pietrella in questa bellissima intervista per La Gazzetta dello Sport - Non è un dettaglio: è il primo segnale di quanto sia difficile far parte della nazionale palestinese".
Lo sport cancellato dalla guerra"Da noi lo sport non esiste più. Paralizzato da morti, arresti, posti di blocco, macerie. Più di 280 infrastrutture sportive distrutte, il campionato fermo da tre anni, nessuna competizione giovanile. 774 morti legati allo sport". Allenare la Palestina significa raccogliere giocatori all'estero, adattarsi all'impossibile e trasformare il campo in testimonianza. "Il ruolo trascende lo sport. Raccontiamo al mondo il nostro calvario e trasformiamo il dolore in forza. Allenare la Palestina è una forma di resistenza".
Un popolo che non vuole cedereNonostante lutti e perdite personali – "Ho perso più di 250 persone tra parenti, colleghi e amici" – Abu Jazar rivendica il senso della sua missione: "Non molliamo. Siamo la voce di un popolo. Ogni segnale che inviamo attraverso il calcio fa parte di una lotta più grande: quella per la libertà". Il ricordo dei compagni caduti è un macigno: "Il mio vice Hani Al-Masdar è stato ucciso mentre portava aiuti. Suleiman Al-Obeid, il 'Pelé della Palestina', è morto in fila per il cibo. Uno è morto aiutando i bisognosi, l'altro perché aveva bisogno di aiuto. A quanta sofferenza deve ancora assistere il mondo prima che questi massacri vengano fermati?".
Un messaggio all'ItaliaA ottobre si giocherà, a Udine, la sfida tra Italia e Israele, allora il c.t. palestinese chiede gesti concreti: "Agli italiani dico questo: osservate un minuto di silenzio per i bambini di Gaza, issate la bandiera palestinese sugli spalti, non dimenticatevi del 1982, quando l'Italia dedicò il Mondiale al nostro popolo. Ora serve un altro segnale forte". Ogni partita della nazionale palestinese diventa così un atto politico e di sopravvivenza: "In rosa c'è chi ha perso madre, padre o fratelli. L'unica cosa che posso dirgli è non mollare. Nonostante l'occupazione e i massacri, siamo un popolo che ama la vita. Attraverso il calcio dimostriamo che l'immagine dipinta da Israele è falsa. Ogni partita è una prova del nostro diritto a vivere con dignità e sicurezza".
E prima di scendere in campo, il mantra è sempre lo stesso: "Di resistere finché abbiamo fiato e polmoni".



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