La storia di Alaa Faraj, giovane calciatore libico condannato come scafista "per pregiudizio" e graziato dal Presidente Mattarella.
Sono cinque i decreti di grazia firmati dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Tra i beneficiari ci sono Zeneli Bardhyl, evaso dai domiciliari; Franco Cioni, che uccise la moglie malata terminale; Alessandro Ciappei, condannato per truffa; e Gabriele Spezzuti, per reati legati alla droga. C'è anche Alaa Faraj, negli atti giudiziari Alaa F. Hamad Abdelkarim: 30 anni, studente, giovane calciatore, condannato come scafista. Condannato per caso.
«Era preferibile per me morire che fare una vita così, fare il detenuto da innocente. Era meglio la morte naturale». Così scriveva dal carcere Ucciardone di Palermo il giovane, originario della Libia, arrestato nel 2015 insieme ad altri quattro compagni perché ritenuto lo scafista dell'imbarcazione che la notte di Ferragosto venne soccorsa dalla Marina italiana al largo di Lampedusa. Nella stiva furono trovati i corpi di 49 persone, tutte morte per asfissia durante la traversata.
«Sono stati condannati sulla base di un pregiudizio, in quanto unici libici a bordo, e con diverse violazioni dei diritti fondamentali della difesa», ha spiegato a Lavialibera.it l'avvocata Cinzia Pecoraro lo scorso giugno. In Libia Alaa Faraj studiava ingegneria e giocava a calcio. Poi, nel 2014, la guerra civile, lo scontro tra il governo di Tripoli e quello di Tobruk, il desiderio di fuga, il cuore pieno di speranze, sogni, progetti. L'unica via possibile è quella illegale, il barcone. Arrivano a Catania in 300, superstiti di una notte tragica, tremenda, dolorosa. Per Alaa e i suoi compagni scattano subito le manette. L'accusa è pesantissima: favoreggiamento dell'ingresso illegale e omicidio plurimo.
«Due testimoni sui nove sentiti, selezionati non si sa con quale criterio, hanno dichiarato che Alaa si occupava di distribuire l'acqua e mantenere l'ordine sul barcone – ha spiegato ancora l'avvocata Pecoraro – Si tratta di testimonianze rese subito dopo lo sbarco da parte di donne sotto shock, allo stremo delle capacità fisiche e psichiche, che avevano perso familiari durante il viaggio e non dormivano, mangiavano o bevevano da giorni». Altre testimonianze vengono scartate. Servono colpevoli, e vengono trovati. Poco importa se innocenti.
Alaa viene portato in carcere. Accetta la condizione di detenuto, ma non quella di assassino, di scafista, di trafficante di uomini. Impara l'italiano, consegue nuovamente il diploma, scopre la passione per l'arte e per la scrittura. «Forse sono l'unico pazzo al mondo ad avere questa idea, ma ho sempre cercato di vivere il carcere come un'opportunità – racconta in un video – Qui ho scoperto che il più grande strumento di inclusività e accoglienza è la cultura».
In carcere conosce la professoressa Alessandra Sciurba, docente di filosofia del diritto e coordinatrice della Clinica legale Diritti e Migrazioni dell'Università di Palermo. Alaa inizia a scriverle lettere, poi pubblicate da Sellerio nel libro Perché ero ragazzo. Un viaggio nella sua vita, tra i campi di calcio, il mare e le sbarre di una cella.
Un percorso fatto anche di incontri, come quello con don Luigi Ciotti, che aveva chiesto «un supplemento di verità e giustizia per chi oggi paga un prezzo sproporzionato e inaccettabile». E come quello con l'avvocata Pecoraro, la prima a parlare del ricorso alla grazia presidenziale: «Non smetteremo mai di combattere per far decretare dallo Stato italiano l'innocenza di questi ragazzi».
Lo avevano scritto anche i giudici della Corte d'Appello di Messina: per ridurre «lo scarto indubbiamente esistente tra il diritto e la pena legalmente applicata e la dimensione morale della effettiva colpevolezza» era possibile ricorrere solo all'istituto della grazia. E così è stato, grazie a Sergio Mattarella.
Ora Alaa Faraj può continuare a studiare, a scrivere, a giocare a calcio. Ma soprattutto può farlo da uomo libero. E da innocente.



Commenti (0)