Sessualizzazione, stereotipi e calcio: come la tecnologia amplifica un racconto che non abbiamo mai smantellato.
La foto ha fatto il giro del web e forse vi sarà capitato di vederla. A destra c'è una giornalista, microfono in mano, scollatura accentuata. A sinistra c'è quello che, almeno sui social, dovrebbe essere l'allenatore dello Zambia, Moses Sichone. Nella didascalia dei post viene riportata la conversazione. La giornalista chiede: «Qual è stato il momento più complicato della partita?» e lui risponde: «Questo momento», alludendo alla difficoltà di continuare a guardarla negli occhi senza spostare l'attenzione sul suo seno.
L'immagine è incredibilmente realistica e, come spesso accade per contenuti sessualizzati, ha fatto rapidamente il giro di pagine e profili su X, Facebook e Instagram. Due particolari, però, hanno catturato la mia attenzione. Il primo sono le iniziali dell'allenatore, PM, che non corrispondono a quelle del CT zambiano, MS. Il secondo è lo stemma sul petto, palesemente diverso da quello della nazionale africana. L'uomo nella foto, infatti, è Pitso Mosimane, all'epoca allenatore dei Mamelodi Sundowns, squadra sudafricana di Pretoria, e il video risale a sei anni fa. La giornalista, che nella realtà è Julia Stuart, è stata sostituita da una donna creata dall'Intelligenza Artificiale.
In realtà non si tratta di un caso isolato. Un altro scatto modificato arriva da Mali-Zambia, altra partita di Coppa d'Africa. Poi una tifosa del Sudafrica, in divisa da gioco, una del Congo avvolta nella bandiera, un'altra ancora del Senegal. È un nuovo modo di raccontare l'Africa e, in particolare, il suo calcio: ancora una volta come un corpo. Un corpo da guardare. Un corpo da desiderare. Un corpo da conquistare.
Del tema della narrazione, soprattutto giornalistica, del continente africano si era occupato il dossier L'Africa Mediata 2022, a cura di Amref e dell'Osservatorio di Pavia, che si interrogava su come gli eventi sportivi contribuissero o meno a una rappresentazione più ampia e corretta dell'Africa. Uno dei frame principali individuati dalla ricerca è il modo in cui la Coppa d'Africa è stata raccontata non per ciò che è, ma per ciò che toglie al calcio europeo e italiano. La Coppa d'Africa è un fastidio, un problema di calendario, un disturbo, un «mostro invisibile». È il luogo in cui emergono con maggiore chiarezza le distanze tra continenti e, quindi, tra sport: l'Europa è la tattica, l'Africa è l'aggressività. L'Europa è lo studio, la preparazione, l'organizzazione, l'Africa è l'istinto. In altre parole: l'Europa è la mente, l'Africa il corpo.
Il dossier segnala anche momenti in cui il racconto indulge al folklorismo e alla riproposizione degli stereotipi più retrivi sull'Africa e sullo sport africano. È ciò che Edward Said definiva orientalismo: pensare continenti e popoli come esotici, primitivi, irrazionali, riducendoli a magia, folklore, stranezza. La Coppa d'Africa diventa così, nell'ottica eurocentrica, il teatro dell'arretrato, dell'assurdo, talvolta persino dell'infantile, dentro una narrazione giornalistica e un commento mediatico che mascherano un razzismo culturale e paternalistico: l'organizzazione è incapace, i giocatori sono «animali», i tifosi sono «pazzi». Oppure, meglio ancora, sono donne. Donne bellissime, sessualizzate, oggettivate. Donne da conquistare, come l'Africa.
Lo dice anche la nostra storia: il colonialismo italiano è storicamente intrecciato a razzismo e sessismo. «Il discorso razzista, tra Otto e Novecento, ha considerato il corpo come l'elemento centrale – spiega Alessandro Vaccarelli in "Faccetta nera, bell'abissina. Rappresentazioni della donna africana nel razzismo coloniale e nel fascismo" – su cui fondare molte delle argomentazioni, spiegazioni, esemplificazioni, volte a costituire un nucleo di conoscenze con presunzione scientifica che avrebbe avuto poi fortissime implicazioni sulle condotte individuali, collettive e istituzionali nei confronti delle razze altre. Analogie significative le troviamo con gli sviluppi del sessismo, laddove nel controllo della donna non soltanto il corpo assume una valenza centrale in riferimento a norme, pratiche socio-culturali, sessuali ecc., ma anche una valenza di tipo (pseudo) scientifico».
Una subalternità che, per le donne africane, è doppia: sono femmine e sono nere. A loro vengono assegnati ruoli domestici, ma soprattutto sessuali. È così che nasce il mito della «Venere Nera», destinato a lunga fortuna anche nel cinema postcoloniale italiano. «L'immagine del corpo femminile nero ridotto a feticcio non compare soltanto nell'iconografia coloniale italiana – spiega Aine O'Healy in "Intimità interraziali nel cinema postcoloniale italiano" - ma è stata sfruttata negli anni in un'ampia varietà di contesti nazionali, coloniali e commerciali». Il corpo della donna nera diventa simbolo di un territorio da possedere, come hanno spiegato anche Gabriella Compassi e Maria Teresa Sega: «La donna nera diventa simbolo dell'Africa e il rapporto uomo bianco–donna nera è simbolico del rapporto nazione imperialista–colonia».
Durante l'epoca coloniale italiana questa narrazione è stata veicolata da canzoni, cartoline, immagini, spesso riconducibili a due modelli, come ricorda questo articolo: «una di tipo antropologico-documentaristico, per fissarne gli stereotipi (ad esempio sottocultura, povertà), con la pretesa di legittimare la conquista; un'altra per sollecitare le fantasie erotiche degli italiani e disegnare le colonie come eden per maschi». In questo modo vengono riscritte la storia, la cultura e persino la geografia di intere regioni, seguendo quella tradizione cartografica che Anne McClintock ha definito «porno tropica», in cui «la conoscenza del mondo sconosciuto è stata mappata come una metafisica della violenza di genere. In queste fantasie, il mondo è femminilizzato e spazialmente distribuito per l'esplorazione maschile, poi riassemblato e dispiegato nell'interesse di un enorme potere imperiale».
Anche lo sport, e in particolare il calcio — percepito, descritto, propugnato come spazio maschile per eccellenza — partecipa a questa costruzione simbolica. La donna "selvaggia", istintiva come i calciatori in campo, misteriosa come il Paese da cui proviene, diventa ancora una volta territorio e corpo da conquistare. È una narrazione antica, che oggi si ripresenta sotto nuove forme e che rischia di diventare ancora più pervasiva grazie all'uso dell'Intelligenza Artificiale. Una tecnologia che non inventa nulla di nuovo: automatizza, amplifica e rende riproducibile un immaginario coloniale, sessista e razzista che non abbiamo mai davvero smantellato.








Commenti (0)