Il 10 gennaio 1993 moriva Celestino Colombi dopo Atalanta-Roma. Non era un ultrà. La sua storia, rimossa e deformata, è diventata un simbolo.
L'11 gennaio è il giorno dopo, quello in cui il calcio prova a voltare pagina. Ma alcune pagine non si voltano. Restano lì, stropicciate, scomode, necessarie. Il 10 gennaio 1993 è una di quelle date che il tempo non è riuscito a rendere meno infami. Atalanta-Roma finisce sul campo, ma fuori dallo stadio di Bergamo il risultato non conta più nulla. Alle 16.30, in via Caffaro, muore Celestino Colombi, quarantuno anni. E da quel momento il calcio italiano perde un'altra occasione per guardarsi allo specchio.
Celestino non era un ultrà. Non frequentava lo stadio. Era un uomo fragile, con un passato difficile, un lavoro saltuario presso il Comune di Nembro, una patologia seria – anemia perniciosa – che ne minava la salute. Quel pomeriggio stava semplicemente tornando a casa. Passava di lì per caso, probabilmente diretto alla fermata dell'autobus, dopo una seduta dallo psicologo. Intorno a lui, però, il contesto è quello di una domenica di calcio anni Novanta: tensione, cariche, paura.
I tifosi romanisti erano già stati accompagnati in stazione. Nessuno scontro diretto, nessuna "battaglia" tra opposte fazioni. Eppure la celere di Padova, in servizio a Bergamo, decide di caricare i tifosi dell'Atalanta fermi al solito bar. "Cariche di alleggerimento", le definiranno. Un'espressione che pesa come un macigno. Durante quelle cariche, Celestino si ritrova davanti tre agenti, i manganelli alzati, il panico che prende il sopravvento. Il cuore non regge. Si accascia sul marciapiede. Muore di paura.
Attorno a lui tredici feriti: otto agenti, cinque ultrà. Due tifosi nerazzurri provano a soccorrerlo, viene chiamata un'ambulanza, ma non c'è più nulla da fare. L'autopsia non rileverà segni di percosse. La questura parlerà di "morte naturale". Fine della storia. Archiviazione rapida. Nessun processo. Nessuna domanda vera.
Il racconto mediatico fa il resto. Poche righe sui giornali, titoli vaghi, comodi. "Scontri fra tifosi", nonostante i romanisti fossero già lontani. Il comunicato ufficiale sottolinea il passato da tossicodipendente di Colombi, quasi a voler ricordare che la sua vita valesse meno, che la colpa di quanto accaduto fosse riconducibile a questo, che "tanto sarebbe morto lo stesso". Una narrazione vergognosa, che cancella l'uomo prima ancora della verità.
Eppure quella morte non passa sotto silenzio. Non del tutto. Il turno successivo, in moltissime curve italiane, compare uno striscione identico, semplice, definitivo: "10-1-1993: LA MORTE È UGUALE PER TUTTI". È la prima volta che curve diverse, spesso nemiche, parlano con una sola voce. Un gesto che sfonda il muro dell'indifferenza, in un'epoca senza social, senza video, senza prove immediate. Solo memoria e coscienza.
Celestino Colombi diventa un simbolo suo malgrado. Non per ciò che ha fatto, ma per ciò che la sua morte ha smosso. Una pietra miliare nelle consapevolezze collettive su abuso di potere, repressione, narrazioni pilotate. Molti dei casi emersi negli anni successivi devono qualcosa a quella domenica di gennaio.
Ma prima del simbolo c'era un uomo. Ricordare Celestino Colombi oggi non è un esercizio di nostalgia: è un atto di responsabilità. Perché il calcio, senza memoria, è solo rumore. E certe storie non meritano di essere archiviate.





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