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Più forte del destino - Sandro Mazzola

Dalla tragedia di Superga ai trionfi con l'Inter: la storia di Sandro Mazzola, campione capace di trasformare il peso del cognome in una forza. 

Deve essere stato durissimo per il piccolo Sandrino perdere il padre a soli sette anni, quanto poco prima i suoi genitori si erano separati ed erano gli anni Quaranta quando tutto ciò era un'onta che l'avrebbe accompagnato in ogni luogo. Inoltre, il padre era stato un campione e quando moriva un campione, in un modo così tragico poi come fu il disastro di Superga, entrava subito tra le leggende. Così il piccolo diventò automaticamente figlio di una leggenda e il nome del genitore rimbombava dappertutto e gli sarebbe rimbalzato in testa per tutta la vita in un eterno confronto. Crescendo, poi, Sandrino decise di fare lo stesso mestiere di suo padre, il calciatore, e tutti all'inizio lo paragonavano al famoso genitore, dicendo che giocava solo perché portava il cognome di uno dei più grandi calciatori di sempre: Valentino Mazzola. Un peso enorme che avrebbe distrutto chiunque e in parte lo fece con il fratellino Ferruccio. Ma Sandro Mazzola trovò dentro di sé e nell'affetto di chi gli voleva bene le risorse per superare il passato e trasformare il dolore in forza.

Abbiamo fatto questa premessa per spiegare quanto ha sofferto e quali montagne ha dovuto scalare Sandro Mazzola che a 83 anni ci ha lasciato, ironia della sorte, nello stesso giorno che ha compiuto 100 anni il teatro dove si è esibito per anni: lo stadio San Siro di Milano. Un impianto che nel 1980 è stato poi intitolato a Giuseppe Meazza, maestro di Mazzola nei suoi primi vagiti nelle giovanili dell'Inter, che intravide nel ragazzo doti non comuni, vaticinandogli un futuro radioso.

Non è semplice descrivere, soprattutto per i lettori più giovani, chi sia stato Mazzola perché, anche se tutti ora lo stanno giustamente ricordando come un campione, in realtà è stato molto di più e la sua grandezza è stata limitata, nei primi anni di carriera, dal continuo e inevitabile confronto col padre e poi dallo stucchevole ricordo della staffetta messicana con Rivera. Mazzola è stato un giocatore modernissimo per la sua epoca, il più moderno che avevamo in Italia, quasi un antesignano della rivoluzione olandese che qualche anno dopo avrebbe rivoluzionato il gioco del calcio. In anni in cui i ruoli erano ben definiti, lui poteva essere regista, mezzala, seconda punta e anche prima punta, avendo pure l'umiltà e il fiato per ripiegare a dar man forte in difesa. Ma era anche velocissimo, dotato di un dribbling letale e con doti di grande goleador, che tirava fuori, da vero campione, nelle occasioni più importanti quando a molti le gambe iniziavano a tremare e giocava bene solo chi aveva gli attributi e Sandro, con quello che aveva vissuto, ne era ben attrezzato. Mazzola è stato un "superlativo assoluto" del calcio italiano e mondiale, uno a cui solo sua santità Johan Cruijff tolse il pallone d'oro nel 1971, anche se l'avrebbe meritato nel 1964 quando fu fondamentale al Prater di Vienna nella prima vittoria dell'Inter in Coppa dei Campioni col Real Madrid di Di Stefano sconfitto per 3 a 1 grazie a una sua doppietta.

Nato a Torino nel 1942, l'anno in cui suo padre Valentino era appena arrivato sotto la Mole per far nascere il mito della squadra granata. Dopo la tragedia di Superga, nel 1949, si ritrovò, suo malgrado, a Milano per vivere con la madre e il patrigno in condizioni di ristrettezze economiche che accentuarono il dolore per tutto ciò che aveva travolto lui e suo fratello Ferruccio. Fu Benito Lorenzi ex centravanti dell'Inter e soprattutto vecchio amico del padre a venire in soccorso dei due fratellini. Lorenzi con un carattere impossibile in campo, al punto da passare alla storia col soprannome di Veleno, ma dal cuore grande fuori dal rettangolo verde, fece entrare i fratelli nei pulcini dell'Inter, facendoli svolgere anche il ruolo di mascotte la domenica. Da lì iniziò la trafila di Mazzola nell'Inter, alla quale rimase legato per tutta la vita senza mai tradirla. Svezzato, come detto, nelle giovanili nerazzurre da Meazza, conobbe la gioia dell'esordio in prima squadra proprio a Torino contro la Juventus nel 1961, quando il presidente Angelo Moratti ordinò all'allenatore Helenio Herrera di far giocare un misto dei cadetti (l'allora primavera) e della De Martino (la squadra riserve) in sostituzione della squadra titolare per protesta contro la decisione della Federazione di togliere un 2 a 0 tavolino a favore dell'Inter contro la Juventus e di far ripetere la partita. Il match per la cronaca finì 9 a 1 per un inutile accanimento della Juventus contro una squadra di ragazzini e Mazzola bagnò l'esordio in serie A con il gol della bandiera su rigore.

Non era ancora quella che sarebbe diventata la grande Inter ma mancava poco e la maturazione di Mazzola fu uno degli agenti detonatori. Helenio Herrera decise di spostarlo più avanti, da centrocampista con compiti di regia a mezzala offensiva. Il mago aveva visto la velocità di Sandro e la sua pericolosità sottoporta. Nacque così l'epopea nerazzurra e una sfilza di successi sui quali Mazzola appose sempre la sua firma: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali. A cui vanno aggiunti i successi con la Nazionale con il vittorioso Europeo del 1968 e il podio d'onore da vicecampione del mondo nel 1970, ma anche le terribili delusioni azzurre: in giovane età l'eliminazione da parte della Corea del Nord nel 1966 e la débacle ai Mondiali del 1974 al tramonto della carriera.

In mezzo ai tanti gol realizzati in tutti i modi, vanno menzionate delle perle che col passare degli anni sono ancora più belle. La rete a Budapest contro gli ungheresi del Vasas negli ottavi di Coppa dei Campioni nel 1966 dopo aver scartato buona parte degli avversari e un'altra in un'amichevole nel 1970 contro la Svizzera quando, senza far toccar terra al pallone, palleggiò per sette volte percorrendo in orizzontale tutto il limite dell'area prima della conclusione vincente in porta.

Finito di giocare fece per diversi anni il dirigente dell'Inter, fu fondamentale per l'arrivo in maglia nerazzurra di Ronaldo il fenomeno, e poi di Genoa e Torino.

Fu anche commentatore arguto, civile e gradevole in RAI e seconda voce nelle telecronache.

Insieme a Carlo Campana e al suo rivale/amico Gianni Rivera creò l'Associazione Nazionale Calciatori nel 1968. Da bambino e uomo che aveva sofferto tanto, crebbe in lui una forte attenzione verso il prossimo e i più bisognosi, così da renderlo sempre attento, in silenzio e senza pubblicità, verso i più deboli. Ciò ha reso ancora più grande un uomo che ha fatto sognare non solo i tifosi interisti ma tutti gli appassionati della Nazionale, quando la maglia azzurra era una cosa seria. 

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