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La rivincita di Reinaldo

La storia, dimenticata, di Reinaldo che sfidava la dittatura in Brasile a suon di gol e di pugni al cielo. 

La storia di cui parliamo oggi parte da un calcio di rigore. Non di quelli decisivi, neanche di quelli memorabili. Parte da un calcio di rigore che non è stato tirato, un calcio di rigore che non c'è mai stato. Non c'è il nome di Reinaldo, nome completo José Reinaldo de Lima, mestiere attaccante, o meglio: artilheiro. Non c'è la sua casella tra quelle di Toninho Cerezo, che sbaglia, e quella di Ziza, che segna per l'Atletico Mineiro. Non c'è tra il nome di Marcio, che sbaglia, e quello di Bezerra, che insacca e fa vincere il campionato al San Paolo. Il nome di Reinaldo non c'è neanche nella distinta della finale, 5 marzo del 1978. Non è in campo, non è in panchina. È squalificato, per un fallo che ha commesso a febbraio e per il quale avrebbe già scontato la pena, il turno di sospensione. Ma non importa: Reinaldo è un personaggio scomodo e bisogna pur fermarlo in qualche modo. Non si deve correre il rischio di vederlo segnare anche in finale, di vederlo vincere, di vederlo festeggiare come sa fare lui.

Sono anni particolari quelli, in Brasile. Sono gli anni della dittatura militare, al potere c'è il generale Ernesto Geisel. E come tutti i dittatori ama occuparsi un po' di tutto: di giustizia, di politica, di scuola, di lavoro. Di sport. E di calcio ovviamente. È il dittatore in persona a parlare con Reinaldo, poco prima della partenza della Seleçao per i Mondiali del 1978. Gli parla per dargli un consiglio: "Noi ci occupiamo di politica, lei si occupi di giocare al calcio". Il problema è che Reinaldo da Ponte Nova ha un piede potentissimo e una testa troppo calda, ha un cuore grande e una mano, anzi un pugno, ribelle. Lo stringe forte e lo porta in alto, verso il cielo, dopo ogni gol. Come Tommie Smith e John Carlos dieci anni prima, sul podio delle Olimpiadi di Città del Messico. Come Socrates qualche anno dopo, sempre su un campo di calcio.

Piedi fatti per segnare, bocca fatta per parlare, quella di Reinaldo. Che infatti zitto non ci riesce a stare: "Il popolo brasiliano auspica fortemente un ritorno alla democrazia - dice in un'intervista, in quegli anni di fuoco - il governo si serve dei giocatori come di armi politiche". In un'intervista al quotidiano Movimento veniva presentato come "pieno di idee": "È favorevole all'organizzazione dei giocatori in associazioni, critica l'individualismo, difende l'amnistia e l'assemblea costituente e, a differenza di Pelé, crede che il popolo brasiliano sia pronto "come sempre" a votare".

L'esultanza di Reinaldo, pugno chiuso e braccio al cielo.

Sono parole che non passano inosservate nei palazzi del potere, tra quello della Confederazione Sportiva Brasiliana, allora gestita dall'ammiraglio Heleno Nunes, e il Palazzo Piratini di Porto Alegre, dove il presidente riceve la squadra prima della partenza. "Il generale disse che giocavo molto bene, ma che non avrei dovuto parlare di politica perché a quello ci pensavano loro. Disse tutto questo con tono imperativo e fermo: mi stava dando un messaggio. Ero spaventato e non risposi". Anche Claudio Coutinho, l'allenatore della nazionale brasiliana, ci tiene a dire la sua: "Festeggia a braccia aperte, è più bello". Reinaldo, però, non è convinto. E' uno che gli ordini, soprattutto quando arrivano così, dall'alto, proprio non gli piacciono. Mettici poi che il Mondiale si gioca in Argentina, un altro popolo oppresso dalla dittatura, un'altra terra segnata dall'odio e dalla repressione. Mettici poi che hai tutti gli occhi del mondo puntati su di te. E puoi parlare, puoi farti valere, puoi ispirare qualcuno. La prima partita del Brasile è contro la Svezia. Passano in vantaggio gli scandinavi, con Thomas Sjöberg. Il gol del pareggio dei verdeoro non può che essere di Reinaldo. Cross dalla destra, il numero 9 si getta sulla palla, la conquista, la difende, la manda in rete. Poi il gesto, quasi automatico, istintivo: il braccio destro verso l'alto, il pugno chiuso. "Era un gesto socialista, una protesta per la fine della dittatura" racconterà.

È un'esultanza che dura pochi secondi, ma sono quelli che bastano per cambiare la sua storia. E la sua vita. Perché da quel gol Reinaldo non gioca più per la nazionale. Lo escludono perché infortunato, anche se in campionato segnava come nessun altro. Lo criticano perché il fisico, dicono, non regge, ma in campo con l'Atletico Mineiro vola. "Rei, rei, rei, Reinaldo è nosso rei" cantano i tifosi all'Estadio Raimundo Sampaio. La realtà era un'altra: Reinaldo era legato al Partito dei Lavoratori, appoggiava il movimento per i diritti degli omosessuali, aveva rapporti con la sinistra. "L'organismo fascista del paese iniziò a indebolirmi. Non solo moralmente, ma con molestie di ogni tipo. Dicevano che ero un ubriacone, uno sballato, un frocio. Fu una campagna diffamatoria, un linciaggio morale. Non avevo un partito, un sindacato, niente. Fui massacrato da solo".

Solo, come quando in albergo, dopo la partita contro la Svezia, riceve una busta dal Venezuela. Reinaldo la apre: era un rapporto sull'Operazione Condor, l'operazione della CIA nei paesi latinoamericani. Parlava di come venivano pianificati gli omicidi dei leader contrari alle dittature: Orlando Letelier, cileno, assassinato dalla DINA, la polizia di regime di Pinochet, con una bomba nascosta nella sua auto a Washington. Juscelino Kubitschek, ex presidente brasiliano, ucciso in un incidente stradale, con l'automobile sabotata. "Il documento era in spagnolo e non riuscivo a capire tutto ciò che c'era scritto. Ero terrorizzato; avevo una bomba tra le mani e non sapevo come maneggiarla, così ho tenuto la busta in fondo alla valigia e non l'ho mostrata a nessuno. Quando sono tornato in Brasile, ho lasciato la busta al mio amico Gonzaguinha, che era impegnato in movimenti di sinistra. Non ne ho mai più parlato".

Reinaldo con Zico

Abbandonato dalla nazionale, infangato dall'opinione pubblica, Reinaldo lascia il Brasile, dopo oltre 250 gol con l'Atletico Mineiro e un paio di stagioni tra Palmeiras, Rio Negro e Cruzeiro. Finisce la carriera in esilio, in Svezia, poi nei Paesi Bassi. Poi a 29 anni smette. Torna in patria per fare politica, ma stavolta non solo sul campo da calcio, come aveva sempre fatto finora, ma in parlamento, tra le fila del Partito dei Lavoratori di Lula. "Il calcio è sempre stato un ambiente maschilista e conservatore. Non accettano che un giocatore abbia posizioni politiche, proponendo di pensare. Sono stato perseguitato per essere stato all'opposizione, ma come personaggio pubblico, era necessario mostrare resistenza al regime militare per accelerare il processo democratico. L'autoritarismo rende la società più stupida".

La politica, l'impegno civile, ma anche la lotta, personale, alla tossicodipendenza, il ritorno nel mondo del calcio, da osservatore. Fino a una nuova pagina, scritta pochi giorni fa, quando la Commissione per l'amnistia del governo brasiliano lo ha riconosciuto come vittima della dittatura militare. Secondo le carte, Reinaldo fu monitorato per quasi dieci anni dal Servizio Nazionale di Informazione, fu diffamato, fu tagliato fuori, fu cancellato. O meglio: provarono a farlo, ma non ci riuscirono. Macaé Evaristo, Ministra dei Diritti Umani, ha detto che la storia di Reinaldo dimostra "il ruolo dello sport nella difesa della democrazia e nella lotta contro il razzismo". Un ruolo che ancora oggi appare più forte che mai. E che va ricordato sempre, anche grazie a storie come quella di Reinaldo. Dei suoi gol, delle sue battaglie, dei suoi pugni chiusi. E dei suoi rigori che qualcuno decise di non fargli mai tirare. 

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