Dalle corse in mezzo al campo ai segreti svelati da Pep, fino al dolore per Vittorio Mero. Il viaggio romantico nel tempo di Antonio ed Emanuele Filippini, i motori inesauribili delle Rondinelle.
Il nostro viaggio nel calcio di una volta, deve accellerare per tenere il passo di chi in mezzo al campo correva sempre, senza risparmiarsi e senza risparmiare "carezze" alle caviglie degli avversari.
Oggi vi parlerò di due fratelli diventati bandiere di una città tenace, forte e resistente come l'acciaio, che lì viene prodotto: il Brescia.
Bresciani d'origine Antonio ed Emanuele Filippini, hanno rappresentato a lungo sui campi da calcio la propria città.
Cresciuti calcisticamente nella Voluntas,esordirono tra i professionisti in C2 con l'Ospitaletto, piccola società della Franciacorta, rinomata terra dispumanti, con cui alla seconda stagione conquistarono la C1.
I due grintosi gemelli vennero allora richiamati in città per diventare i motori inesauribili del centrocampo delle Rondinelle.
Antonio giocò nel Brescia 10 stagioni con 308 presenze condite da 17 gol.
Emanuele invece è stato protagonista con le Rondinelle per 7 campionati con 224 presenze e 5 gol.
Fecero parte del periodo di maggior prestigio del calcio bresciano, dividendo lo spogliatoio con campioni assoluti come Roby Baggio e Pep Guardiola.
Faranno di grinta e dinamismo il fulcro del proprio stile di gioco, in una squadra dove si ritagliava i primi spazi importanti, un giovanissimo dalle grandi doti tecniche, come Andrea Pirlo.
Li allenò anche un volpone come Mircea Lucescu, che nell'intervallo di Perugia-Brescia, del gennaio 1996, chiese ai gemelli di scambiarsi le maglie, visto che Emanuele era ammonito, per provare a ingannare l'arbitro, con una furbata degna del film "Amici miei".
Ma i Filippini dissero di no, avendo saputo di una storia simile nello sci, terminata con la squalifica per i gemelli protagonisti dello scambio di identità.
Nella stagione 1996/97, con Edy Reya alla guida il Brescia vinse la Serie B, conquistando la promozione, perché a volte ci sono stagioni così, dove in una squadra, uno più uno fa tre.
Per Antonio "L'unione delle forze genera qualcosa di speciale. Il gruppo fa davvero la differenza perché siamo molecole che, messe insieme, creano un prodotto straordinario. In queste alchimie le dinamiche mentali diventano decisive e vanno esportate nella vita di tutti i giorni".
Arrivare in Serie A col proprio gemello è stato "Il realizzarsi di un sogno. Il Brescia lo andavamo a vedere in curva, in gradinata, in tribuna… e indossare quella maglia è bellissimo. Quando ci sei dentro è un grande orgoglio perché rappresenta la tua città ed è stupendo.
Poter condividere una cosa del genere con il proprio fratello è bellissimo perché uno ogni cinquemila ce la fa e noi ci siamo riusciti entrambi. È una cosa meravigliosa".
Il Brescia al termine di una stagione travagliata, con vari cambi alla guida, retrocesse, nonostante le 16 reti di Dario Hubner, anche lui al debutto in serie A, dopo aver gonfiato le reti dei campi di periferia di mezza Italia.
Reti spesso segnate caricando a testa bassa come un bisonte, significato in lingua Lakota di "Tatanka", il soprannome di Hubner.
Dopo due anni di purgatorio, nel 2000 il Brescia festeggiò il nuovo millennio col ritorno in serie A, affidando la panchina ad un allenatore di grande esperienza come Carletto Mazzone e regalandosi un grandissimo acquisto, un alieno di nome Roberto Baggio…
E per Antonio Filippini l'emozione fu enorme:
"Baggio lo compravo al fantacalcio e mi svenavo per prenderlo. Era uno dei miei calciatori preferiti. Quando è venuto a Brescia e ci giocavo insieme non mi sembrava vero, inizialmente avevo anche un po' di soggezione. Poi l'ho conosciuto come persona e non ci ha mai fatto pesare nulla, è un bravissimo ragazzo ed è nata un'amicizia. Lui è stato sempre bravissimo sotto quel punto di vista ".
Quell'anno la squadra di Mazzone si tolse importanti soddisfazioni, come la serie di 11 risultati utili consecutivi, tra cui la vittoria in casa con l'Inter ed i pareggi esterni con Milan e Juve, firmato da un goal sopraffino di Baggio al 86° minuto, su meraviglioso assist di Pirlo.
Grazie ai 10 gol del Divin codino ed ai 17 di Hubner, il Brescia raggiunse l'ottavo posto: miglior piazzamento della storia in Serie A, sfiorando la Coppa Uefae qualificandosi per l'Intertoto
Proprio quella competizione estiva rappresenta il maggior rimpianto per Antonio Filippini, quando ci ripensa.
"Rigiocherei volentieri la finale di ritorno dell'Intertoto del 2001. Pareggiamo 1-1 in casa col Psg, dopo lo 0-0 a Parigi e perdemmo la chance di partecipare alla Coppa Uefa. Sarebbe stato magico, ma in fondo sono soddisfatto: ho condiviso il campo con grandi campioni."
Sì, sembra incredibile, ma proprio il Psg oggi dominatore d'Europa, ad inizio anni 2000, lottava per un posto al sole nella Coppa Uefa, contro una "piccola" del calcio italiano.
Tanto per dimostrare quanto fosse dominante a livello di club il calcio italiano ai tempi.
"Quel Brescia oggi sarebbe in Champions"per i Filippini.
In estate il patron Corioni non badò a spese per rinforzare la squadra, sostituendo Hubner con Luca Toni acquistato dal Vicenza per 30 Mld di lire e prelevando dal Barcellona Pep Guardiola come regista.
Il compito dei Filippini era proprio proteggergli le spalle ed ora ne parlano così:
"Pep veniva da Barcellona, dove aveva vinto tutto, ma era umile e alla mano. Molto educato e molto simpatico. Era un grande compagno di squadra. Lui era già un allenatore quando giocava e spesso ci diceva cose che poi abbiamo visto negli ultimi dieci anni. Spesso si arrabbiava quando i nostri difensori lanciavano lungo (come chiedeva Mazzone) oppure ci guidava nel pressing per recuperare la palla più velocemente. Prima gli allenatori ci chiedevano di rientrare quando si perdeva la palla, mentre con lui ogni tanto, ci capitava di provare ad andare in avanti"
I gemelli Filippini, secondo Guardiola, erano un prototipo da esportare.
"Nel suo libro ha scritto proprio questo. Dice spesso a me e ad Emanuele che quando venne in Italia rimase sbalordito da questa nostra abilità nella reazione alla perdita del possesso palla. Scherzando, ma non troppo, sostenne che eravamo perfetti per il calcio aggressivo del suo Barcellona. Per lui eravamo moderni già a all'epoca".
Chissà se Pep per il concetto di riaggressione immediata della palla persa, oltre ai Filippini, non si sia ispirato anche alla mitica partenza a tutta velocità, di Carletto Mazzone, verso la curva dell'Atalanta, dopo il gol di Baggio, del definitivo 3-3 nel derby del settembre 2001, per rispondere agli insulti contro la madre, scanditi più volte dai tifosi bergamaschi.
In quel periodo della sua carriera Filippini scoprì sulla sua pelle di sportivo, i benefici dell'allenamento mentale.
"Giocavo nel Brescia e vivevo un momento magico. Ero titolare nella squadra della mia città, che era all'apice della sua storia calcistica. Accanto a me c'era un certo Roberto Baggio. Ero al settimo cielo, ma volevo migliorarmi ulteriormente. Conobbi un mental coach e lo seguii per due anni. Le mie prestazioni ebbero enormi benefici. Andavo fortissimo, giocavo bene, segnavo più del solito. Tutti si accorsero di questo salto di qualità. Capii l'importanza del lavoro mentale, mentre fino ad allora avevo lavorato solamente sugli aspettavi fisici, tecnici e tattici. Iniziai a studiare la mente, scoprii il mondo della crescita personale e della motivazione, che ormai mi appartiene da più di vent'anni".
Le prestazioni dei gemelli Filippini, li fecero apprezzare in tutta Italia e furono di un tale livello, che persino il fenomeno Ronaldo dichiarò che erano stati il suo incubo.
Ma per la Nazionale la concorrenza ai tempi era talmente tanta, che i due gemelli non giocarono neanche un minuto in maglia azzurra, lasciando loro un grande rimpianto.
Negli anni di Brescia trovarono anche un altro fratello in campo, purtroppo scomparso tragicamente in un incidente stradale, poco prima della storica Semifinale di Coppa Italia a Parma.
"Vittorio Mero era proprio questo per noi. Io ed Emanuele soffrimmo molto dopo la sua scomparsa. Eravamo legatissimi. La squadra superò quello shock ponendosi come obiettivo una salvezza da dedicargli, da conquistare a tutti i costi. Ci focalizzammo esclusivamente sul campo. Al cospetto di quella tragedia ogni problema sembrava una stupidaggine. C'era un'unione d'intenti straordinaria, eravamo affamati, anche per un'altra ragione: volevamo mettere le mani sul premio salvezza per donarlo interamente al figlio di Vittorio.
Credo che per il nostro Brescia sia stato il trofeo più luminoso da mettere in bacheca".
Oltre al Brescia i Filippini giocarono insieme con Palermo, Lazio, Treviso e Livorno, sempre da protagonisti, aiutandosi l'un l'altro.
"Trovare lo sguardo di mio fratello in tantissimi momenti della vita è stato qualcosa di fantastico. Girarmi ed averlo al mio fianco in tanti spogliatoi è stato un vantaggio enorme.Per me Emanuele è sempre stato un riferimento, un supporto, un sostegno. In una parola direi una garanzia".
A 37 anni pur di chiudere la carriera nel Brescia, Antonio si accontentò del minimo sindacale come paga.
Corioni anni dopo fantasticando sull'ipotesi di un ritorno in biancoblù di Andrea Pirlo a fine carriera disse: "Fare una scelta come quella di Antonio Filippini non è da tutti".
Ma per Antonio Filippini, fu il modo più naturale per chiudere il cerchio restituendo quanto avuto dalla propria squadra del cuore.
"Non mi sento più o meno bandiera di altri, ma quelle parole del pres sono motivo d'orgoglio. Perché il Brescia è nella mia anima, quella era molto più di una maglia, anche per Corioni. Il ricordo più bello che ho di lui risale alla salvezza conquistata all'ultima giornata contro il Bologna. Era in panchina, travolto dalle emozioni. Piangeva come un bambino per quella vittoria, ma dietro c'era tutta la sofferenza dei mesi precedenti, segnati dalla perdita di Vittorio Mero. Quel giorno si lasciò andare. Per me fu un momento molto significativo, perché vidi la persona dietro al presidente.
Il Brescia è ancora e sempre nei loro pensieri....
Ed anche ora che allena:
"Se mi chiamasse ci andrei di corsa per dare una mano al Brescia e all'ambiente. Per il Brescia farei questo ed altro. Mi dispiace vedere la squadra così e il bresciano merita molto di più di quello che si è visto negli ultimi anni".
"Perchè Brescia è una città di fuoco, Brescia di ferro… una città di lavoratori, di grande sacrificio, e quella squadra rispecchiava quei valori lì, perché non ci arrendevamo mai, anche nelle difficoltà".
Valori presenti anche nelle città delle acciaierie americane, descritte dal Boss Bruce Springsteen, da sempre idolo musicale dei Gemelli Filippini, musicisti rock nel tempo libero.
In "No surrender" il Boss cantava di:
"Fratelli di sangue nella notte tempestosa
Con il voto di difendere
Nessuna ritirata, tesoro, nessuna resa."
Parole che sembrano scritte per i Gemelli Filippini....





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