Il cantautore che non ha mai amato il pallone, diventato allenatore in Radiofreccia e dichiaratosi juventino: da Platini al Bologna, passando per Modena, Faragò e gli incontri con il mondo del calcio.
"Se non vinciamo andiamo in B, nella Serie B degli Amatori, di Reggio. No, scusate ma è troppo, va bene nella vita far delle figure di merda ma noi stiamo raggiungendo l'impossibile". Francesco Guccini è in piedi, al centro dello spogliatoio, prima di dare la maglia numero 10 a Stefano Accorsi, alias Ivan Benassi. La veste è quella di allenatore della squadra di calcio amatoriale del paese, anche se il ruolo più importante è quello di barista. Siamo in Radiofreccia, il film del 1998 scritto e diretto dall'amico Luciano Ligabue, che sceglie proprio il Maestro per il rude, burbero, diretto barista del Bar Laika, Adolfo.
Guccini allenatore di calcio, forse solo la finzione cinematografica poteva riuscire a fare tanto, anche perché, come raccontò il cantautore alla Gazzetta dello Sport: "Io a calcio non ho giocato nemmeno quando nella pause del film, quando tutti si divertivano a fare partite di calcetto". Ed era un concetto che ribadiva spesso, l'autore de La Locomotiva: "Sono uno dei pochissimi italiani che da piccolo non ha mai dato un calcio al pallone". Un amore che non è mai nato, quello tra Francesco Guccini e il calcio, ma di certo le loro strade si sono incrociate diverse volte. Come raccontato a Paolo Pontivi nel maggio 2025, che lo chiamava per commentare la Coppa Italia al Bologna: "Cazzo, mi sono addormentato dopo il primo gol. Ha vinto davvero il Bologna? Mi ha dato una bella notizia sa? Festeggerò con un bicchiere di vino". Non festeggiò invece nel 1964, l'anno del settimo scudetto dei Felsinei: "Nei tempi in cui ero a Bologna non tifavo per nessuna squadra. Ricordo che dovevo dare l'esame di italiano, del calcio non m'importava nulla, a differenza dei miei amici tifosissimi del Bologna e che oltretutto a calcio ci giocavano. A un certo punto sento un casino per strada bestiale. Ma cos'è 'sto casino? Il Bologna aveva appena battuto l'Inter allo spareggio, quello dello scudetto. Io avevo altro da fare".
Anche perché la fede di Guccini non era assolutamente rossoblù. Lo aveva confessato anche a Diego Zoro Bianchi, a Propaganda: "Non te l'ho mai chiesto di che squadra sei. Sei del Bologna?", il cantautore fa cenno di no, poi confessa: juventino. Con una predilezione per un giocatore in particolare: "Ho sempre avuto una simpatia lontana per Platini. Da anni, ogni partita della Juve la guardo. A Bologna non amano molto la Juve? Spesso mi sento col mio amico Giorgio Comaschi, tifosissimo del Bologna. Quando la Juve vinse col Barcellona, mi disse: "Eh dai, ma loro giocavano larghi…". Ora, io, ogni volta che il Bologna perde chiamo Comaschi: "Come mai avete giocato così larghi?".
Non c'è traccia del calcio nelle canzoni di Guccini. Bisogna andare indietro nel tempo, al 1964, agli Equipe 84 e all'inno del Modena Calcio, Canarino va, scritto proprio dal Maestro, che a Modena era nato il 14 giugno 1940.
Il cronista è pronto nel tv
E i tifosi di impazzir d'attesa
Fanno voti alla dea fortuna
perché vinca la squadra del cuor
Canarino va
vola vola vola e va
Scatta, avanza, tira e gol
Cerca tu la via del gol
Canarino va
vola vola vola e va
Se felici ci vuoi far
Più di un gol ci devi dar
Dai dai dai, Modena dai!
A dire la verità fu proprio colpa del Modena che le strade del calcio e di Guccini si separarono: "Un cugino di mio cugino, Maino Neri, che giocò poi nell'Inter, ai tempi in cui vestiva la maglia del Modena mi fece avere i biglietti e da bambino andai a vedere Modena-Sampdoria 0-0. Una noia, mamma mia. Una noia tale che per anni non ho più visto una gara. Ho cominciato a interessarmi nuovamente dopo i Mondiali vinti dell'82".
Ma mentre Guccini si allontanava dal calcio, il calcio si avvicinava a lui. Così Maurizio Sarri chiede a Marino Bartoletti di combinare un incontro a tavola a Pavana, a parlare di Cristiano Ronaldo e Bertoncelli, di Scudetto e di canzoni. Così Hans Nicolussi Caviglia, centrocampista del Parma, riesce ad esaudire il suo sogno di incontrare quel poeta che ascoltava da piccolo, in macchina con il padre, mentre andavano a sciare: "Purtroppo non l'ho mai visto dal vivo, ma solo su Youtube: Cyrano, Quello che non, Farewell, Incontro, La locomotiva sono le mie preferite. Anche di lui mi piace che le cose che diceva a suo tempo sono valide oggi e lo saranno tra cent'anni". E così Paolo Faragò, che quando arriva a Bologna, in prestito dal Cagliari, sceglie la numero 43, il civico di Via Paolo Fabbri, album del 1976 (e indirizzo di residenza del suo autore). "Mai nella vita avrei pensato una cosa così. Insolita e bella. Buffa, simpatica, originale - racconta ancora Guccio alla Gazzetta - In passato altri due calciatori avevano dichiarato pubblicamente di apprezzare le mie canzoni: uno che giocava nell'Inter, che venne anche a un mio concerto, e l'altro nel Pescara. Poi Zoff: nel suo libro racconta che ascoltava sempre le mie canzoni. Ma che uno mi dedicasse il numero di maglia, beh, questo sinceramente è un inedito. Mai nella vita avrei pensato una cosa così…".
E mai avrebbe pensato, Guccini, di finire dentro ad un articolo che parla di calcio. O forse sì. Perché in fondo intorno al calcio succede un po' di tutto. Ci si incontra, ci si conosce, ci si scopre. "Di sport parlo con altri amici, c'è uno che tifa Bologna, uno che tifa Roma, uno che tifa Lazio, sono gli amici montanari" raccontava ancora. E ce lo immaginiamo così, intorno a un tavolo, una bottiglia di vino, la nebbia delle sigarette. A parlare di tutto, "di Omero e di osterie, di Hemingway e di briscola, di filosofia e di salame con la stessa naturalezza" ha scritto Beppe Cottafavi su Domani. E allora, perché no, anche di Juventus e locomotive, di Platini e Don Chisciotte. Di calcio, scudetti ed eroi, quegli eroi che sono sempre "giovani e belli". Soprattutto quelli della tua squadra del cuore.





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