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Addio a Hércules Brito Ruas

È morto a 87 anni Hércules Brito Ruas, storico difensore del Brasile di Pelé e protagonista del trionfo mondiale di Messico 1970. Con lui se ne va un altro simbolo di una delle Nazionali più forti di sempre. 

Forse a volte si sceglie quando morire o forse è solo il destino a decidere per noi. Forse è stato Hércules Brito Ruas, per tutti Brito, a smettere di combattere e a lasciare questa terra proprio all'inizio del Campionato del Mondo. Ironia della sorte in un mondiale che si gioca anche in Messico dove lui, 56 anni prima, vinse da protagonista la Coppa Rimet. Eppure Brito non era tipo da tirarsi indietro, dopo aver lottato una vita contro i migliori attaccanti del pianeta, tanto da guadagnarsi in patria il soprannome di parede humana (muro umano), non poteva cedere così a un'infezione batterica.

Ai Mondiali del 1970 aveva il numero 2 sulla schiena e troneggiava al centro della difesa. In una squadra di fenomeni e poeti lui era quello che non stava sul campo a ricamare o a cercare rime baciate d'abbinare alla parola gol. Brito presidiava la retroguardia e permetteva al compagno di reparto Wilson Piazza di spingersi in avanti per dare sostegno al centrocampo. D'altronde Piazza era sempre stato e sarà anche in seguito un grande volante e in quel mondiale fu arretrato per necessità al centro della difesa dall'allenatore Zagallo. Il mister dei verdeoro per far coesistere tanti campioni tutti insieme dovette inventarsi una serie di diavolerie che trasformarono quella squadra, che alla vigilia del torneo in patria fu valutata con scetticismo, nella squadra migliore di tutti i tempi. Rivelino, ad esempio, diventò una specie di ala sinistra perché la sua collocazione naturale era occupata da un certo Pelé. Così come un altro numero 10 come Jairzinho traslocò sulla fascia destra. Tostao, che nasceva centrocampista ma faceva benissimo il trequartista e soprattutto sapeva fare gol, diventò centravanti. Sì, ma chi difendeva? Brito!

In questo laboratorio di idee geniali, Brito, insieme al portiere Felix e ovviamente a Pelé, era l'unico che non cambiò abitudini e mansioni. Duro, roccioso, per certi versi poco brasiliano, ma in mezzo a tanta classe qualche manovale era indispensabile e Brito lo fu certamente.

Per chi ha vissuto da spettatore quel mondiale è un altro pezzo della nostra infanzia calcistica che se ne va. Una memoria formata da nome idealizzati in eroi senza tempo, dai più grandi come Pelé, Riva e Beckenbauer ai minori come appunto Brito, che ci ha insegnato ad amare il calcio. Una memoria costruita anche sui particolari come le voci dei telecronisti e le sigle delle trasmissioni sportive. Così con la morte di Brito sarà forse tornata in mente ai vecchi appassionati la meravigliosa "I Say a Little Prayer" del grande Burt Bacharach nella versione jazz del celebre clarinettista Woody Herman. Che tempi! L'attacco del brano faceva da apripista ai collegamenti RAI con i mondiali di Messico 1970 ed era perfetto per creare l'atmosfera giusta, come diceva un carosello di quegli anni per pubblicizzare un brandy.

Gli occhi spiritati di Paola Ferrari, però, ci riportano terribilmente alla realtà, siamo ai Mondiali del 2026 e non stiamo vedendo il sequel de L'Esorcista.

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