Tra le tende dei rifugiati e le macerie del conflitto, un gruppo di giovani atlete trasforma il pugilato in un atto di resistenza e cura per l'anima.
Il suono dei guanti che colpiscono un sacco da boxe improvvisato si mescola al rumore della vita quotidiana nei campi profughi. A Gaza, lo sport ha smesso da tempo di essere solo competizione o svago; è diventato un linguaggio di sopravvivenza. Le protagoniste di questa trasformazione sono le ragazze del Gaza Boxing Women, il primo e unico club di pugilato femminile della Striscia, che oggi combattono la battaglia più difficile: quella per la propria identità tra le macerie.
Come si legge su Invicta Palestina, tutto è iniziato nel 2020 dall'intuizione di Rima Abu Rahma. All'epoca, l'idea di una donna sul ring era considerata radicale, quasi scandalosa. Nonostante le resistenze iniziali dell'allenatore Oussama Ayub e lo scetticismo di una società conservatrice, Rima ha perseverato, trasformando un allenamento tra amiche in una realtà che contava oltre 45 iscritte. "La boxe mi ha resa padrona del mio corpo", racconta Rima, sottolineando come lo sport sia stato il grimaldello per scardinare stereotipi di genere radicati.
La distruzione e la rinascita sulla sabbiaIl 2024 ha segnato una frattura drammatica. La sede del club a Gaza City, in Palestina, è stata rasa al suolo, ridotta in cenere insieme ai sogni di molte giovani atlete. Ma la distruzione fisica non ha spento la passione. Sfollati verso il sud, tra Rafah e le distese di tende, l'allenatore Oussama e le ragazze si sono ritrovati. Senza più una palestra, hanno disegnato un ring direttamente nella sabbia.
Oggi le sessioni si svolgono tre volte a settimana. L'attrezzatura è minima: dieci paia di guantoni per quaranta atlete e cuscini usati come colpitori. Molti dei materiali inviati da sostenitori internazionali restano bloccati ai valichi, ma la mancanza di mezzi non ferma gli allenamenti. Per queste ragazze, dai 5 ai 25 anni, ogni gancio e ogni schivata sono strumenti per elaborare traumi incommensurabili e perdite familiari.
Più di uno sport: una rete di solidarietàIn un contesto, come quello della Palestina, dove la fame è una realtà quotidiana, il club è diventato anche una rete di mutuo soccorso. Rima e Oussama si impegnano a raccogliere fondi per garantire almeno un pasto proteico alle atlete, essenziale per chi deve trovare la forza di colpire nonostante i giorni di digiuno.
Le storie di Rahaf e Remas, giovanissime pugili del gruppo, confermano il potere terapeutico della boxe: da adolescenti timide e introverse, schiacciate dal peso della guerra, sono diventate giovani donne consapevoli e forti. Lo sport ha offerto loro una "famiglia" elettiva dove il dolore viene condiviso e trasformato in energia cinetica.
Oggi, guardando queste ragazze allenarsi a piedi nudi nella polvere sotto gli occhi orgogliosi dei loro genitori, appare chiaro che il pugilato a Gaza non è solo un esercizio fisico. È la prova che la speranza, per quanto colpita, può sempre rimettersi in guardia e continuare a combattere.



Commenti (0)