Dai mondiali di nuoto a Singapore alla Volley Nations League vinta dall'Italia arriva il messaggio dello Sport: vincere divertendosi
Quando è stata chiamata a parlare nella solita intervista post gara, Anita Bottazzo ha appena nuotato i 100 rana in 1'05"97 che le è valso il secondo posto nella semifinale. Un tempo molto vicino al primato di Benedetta Pilato realizzato un anno fa a Roma, poco prima di quel quarto posto delle Olimpiadi di Parigi di cui tanto si parlò (Mattarella aprì la cerimonia post olimpica anche alle "medaglie di legno"), ma che, semplicemente, l'aveva fatta felice.
Ecco, la lezione di Pilato (20 anni, ma già una veterana) non è stata dimenticata dalla nuova fiamma della rana azzurra. Ai microfoni di SkySport, nell'esprimere tutta la soddisfazione per il suo primato personale, spiega come negli spogliatoi i suoi tecnici non le dicano nulla di particolare per spronarla: «Have fun!». Divertiti, non «vai forte»; non contenuti tecnici o frasi iperboliche.
Nella sua semplicità, il messaggio della giovane nuotatrice veneta non può passare inascoltato. Anche se poi, in finale, ha ammesso di non esserci riuscita (sesto posto). Un messaggio non molto diverso dalle parole delle ragazze dell'Italvolley al terzo oro in Nations League, a un anno da quello Olimpico. Anna Danesi, sulle righe del «Corriere della Sera», ha ammesso di non pensare troppo al fatto di essere la nazionale più forte al mondo, imbattuta da 29 partite consecutive: «in realtà a noi non piacciono questi appelli. Ci divertiamo a giocare bene e basta. E quando non riusciamo, proviamo a tirare fuori qualcosa in più».
Insieme a tanto lavoro, tanta fame di vincere ancora, persino chi sta dominando il mondo della pallavolo non dimentica il valore dello Sport. Il benessere, fisico e mentale, di chi impara le basi una disciplina condividendo con gli altri un percorso; una competizione sana, dove si gareggia cercando il massimo. «I quarti posti rappresentano gli atleti che pur senza salire sul podio hanno brillantemente partecipato»: questo il vero spirito olimpico secondo Mattarella, proprio nella cerimonia che tanto aveva fatto discutere un anno fa. Un concetto un po' più complesso dal semplice "l'importante è partecipare", erroneamente attribuito al barone De Coubertin: poiché di competizione si tratta, la bellezza del gioco sta anche nell'impegno, nella fatica per migliorarsi ogni giorno, nel confronto con gli altri. Per imparare ad accettare le sconfitte, ma anche a vivere le vittorie senza mai trascurare quel monito, have fun!
La malinconia di Ceccon, il professionismo in Italia
A pochi minuti dall'intervista di Bottazzo, Thomas Ceccon appariva un po' contrariato per la gestione degli organizzatori del programma di Singapore. 23 minuti tra la semifinale dei 100 dorso e la finale dei 50 farfalla chiusa col bronzo sono decisamente pochi anche per un fenomeno come lui. Si sa, Thomas è personaggio un po' malinconico che non manca mai di esprimere le sue opinioni, imprigionato forse un po' nel personaggio che si è costruito in favore delle telecamere: l'abbiamo visto dormire sui prati per far fronte al caldo parigino, scontento per un argento; infastidito per il trattamento economico che i nuotatori ricevono rispetto ad altri sport (e qui non ha colpa Sinner, ma il problema esiste ed è più di sistema).
Forse la forza di un atleta polivalente e plurimedagliato di soli 24 anni si misura anche dalla sua fame di vittorie e dalla consapevolezza dei suoi mezzi. Forse, fuor di telecamera, anche l'atleta di Thiene vive in maniera leggera anche il suo lavoro, fatto di fatica e disciplina, regimi alimentari, concentrazione fuori dall'ordinario: in fondo, è in quella mentalità maniacale che si nascondono i segreti dei successi di eterni campioni come Lebron James o Nole Djokovic. Quella mentalità che ha come rovescio della medaglia quei problemi di salute mentale che hanno portato alcuni campioni a doversi prendere una pausa da quello sport in cui eccellono (Ricky Rubio nel basket, Naomi Osaka nel tennis, senza dimenticare le difficoltà di Tsitsipas e Berrettini).
In Italia, però (ed è bene ricordarlo ai nostri ragazzi ogni giorno), la stragrande maggioranza degli sportivi (più del 97%) appartiene al mondo amatoriale o dilettantistico: secondo il Rapporto Sport 2024 del Ministero Sport e Salute, i lavoratori sportivi sono 309.839, a fronte di 13,2 milioni di tesserati. Più della metà, il 56,6%, ha meno di 18 anni.
La vita dei nostri figli, coetanei, conoscenti, scorre sognando i grandi campioni che si vedono in tv, ma quasi sempre si vive nei campi in cemento o di terra battuta. Dove l'impegno non è minore, perché tutti vogliono partecipare brillantemente. Senza dimenticare ciò che più di tutto li spinge ad andare al campetto, in palestra o in piscina: divertirsi con gli altri.
Forse anche studiare, per costruire un futuro migliore. E non è un caso che Anita Bottazzo abbia scelto gli Usa per allenarsi e studiare biotecnologie. Così come Anna Danesi, capitana della nazionale campione olimpica in carica, che nel raggiungere il suo palmares può annoverare lauree in Scienze Motorie, Scienze dell'Alimentazione e Psicologia. Forse è per questo che riesce ancora a divertirsi.




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