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Takiwatanga, sport e autismo: il progetto del Primavera Rugby

A Roma il Primavera Rugby usa il rugby per abbattere le barriere dell'autismo: un progetto unico di sport, rispetto e inclusione.

C'è una parola, nella lingua maori, che potremmo tradurre in "nel suo tempo e nel suo spazio". Takiwatanga, così si pronuncia. È la parola che i maori usano per parlare dell'autismo. E non poteva esserci immagine più precisa per raccontare ciò che accade ogni settimana a Roma, sul campo del Primavera Rugby: bambini e ragazzi che giocano, corrono, ridono, ognuno nel proprio tempo e nel proprio spazio. Un piccolo miracolo di sport, empatia e inclusione che da tredici anni si chiama Rugby Autismo.

Tutto è cominciato per caso, come spesso succede con le intuizioni giuste ma anche con le favole belle. «Tredici anni fa – ci racconta Adriano Conti, tecnico federale e responsabile del progetto – siamo partiti con quattro bambini, fratelli di piccoli rugbisti normotipici. I genitori ci chiesero: perché non proviamo anche con loro?». E così è stato. All'inizio fu una sfida enorme: il rugby è contatto, è gruppo, è corpo. L'autismo, invece, è distanza, isolamento, protezione. «Eravamo tecnici di rugby, non educatori specializzati. Ci siamo buttati, affiancati da una psicoterapeuta. È stato difficile, ma bellissimo. I ragazzi hanno risposto subito».

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Una giornata con la Primavera Rugby e il progetto Rugby Autismo. Fonte foto: Facebook

Oggi, ogni sabato, il campo del Primavera Rugby accoglie più di sessanta atleti con disturbo dello spettro autistico, dai cinque ai quarant'anni. «C'è anche un sessantenne – sorride Adriano – che per noi è il nonno del gruppo. E in tutti vediamo una crescita, a volte lenta, altre più veloce, ma sempre vera e personale». Allenamenti, esercizi, giochi di squadra: tutto è adattato, calibrato, non per semplificare ma per rendere possibile. «Nel linguaggio maori takiwatanga significa proprio questo: ognuno vive e impara nel suo tempo e nel suo spazio. È perfetto per definire ciò che facciamo. Nessuno resta indietro, semplicemente si muove al proprio ritmo».

Con il tempo, alcuni ragazzi con autismo ad alto funzionamento hanno ottenuto una deroga dalla Federazione Italiana Rugby per giocare nelle categorie normotipiche. «È la vera inclusione – aggiunge il tecnico – quando non serve più un gruppo separato, ma si può giocare insieme, con rispetto e fiducia reciproca».

Passano gli anni, intanto, e il progetto cresce. Grazie al passaparola delle famiglie, alla sensibilità dei tecnici e al sostegno di una comunità che crede nel valore sociale dello sport. E da Roma, dove tutto è cominciato, l'esperienza si è estesa anche a Morlupo, nella provincia a nord della capitale, dove il Primavera Rugby ha trovato una nuova casa e ha portato con sé l'attività inclusiva. «A Morlupo abbiamo ricominciato quasi da zero – racconta Adriano – ma in pochi anni siamo arrivati a oltre dieci bambini con autismo che si allenano gratuitamente. È diventato un punto di riferimento per il territorio, anche grazie alla collaborazione con associazioni come Unitalsi, il Consorzio Valle del Tevere, i Ragazzi di Azzurra e ovviamente con l'Amministrazione Comunale».

Inclusione, divertimento, crescita, sport. Tutto questo è il progetto Rugby Autismo della Primavera Rugby

Il rugby, del resto, ha nel suo DNA una vocazione educativa. Il Primavera Rugby, nato cinquant'anni fa, è una delle società storiche della Capitale e da sempre usa lo sport come strumento di formazione e crescita. «Il rugby insegna che senza avversario non c'è partita, che senza l'arbitro non puoi giocare. È rispetto, è condivisione. Dopo ogni partita c'è il terzo tempo, si mangia tutti insieme, avversari e compagni. È lì che il rugby diventa comunità». Un rispetto che passa anche dal modo di vivere la vittoria e la sconfitta. Nelle categorie giovanili del rugby, fino ai quattordici anni, non esistono classifiche né punteggi: si gioca per imparare, non per vincere. È questo lo spirito che anima anche il progetto Rugby Autismo, dove ogni piccolo passo è una conquista, ogni sorriso una vittoria.

Lo scorso anno la squadra ha portato 25 famiglie in trasferta a Genova, per assistere a una partita della Nazionale e visitare l'acquario. Quest'anno sarà la volta di Torino, per la sfida tra Italia e Sudafrica, campione del mondo, e una visita al Museo Egizio. «È la dimostrazione che anche chi vive nello spettro può viaggiare, condividere, emozionarsi. Forse non si ricorderanno tutto, ma porteranno dentro la sensazione di esserci stati».

Un progetto nato quasi per caso, cresciuto grazie alla fiducia delle famiglie e oggi riconosciuto a livello nazionale come un modello di inclusione reale. Un rugby che, davvero, sa accogliere ogni bambino. E lo sa far crescere, nel suo tempo e nel suo spazio. 

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