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La nuova era del tennis: perché il duello Alcaraz-Sinner non è così scontato

Tra la consacrazione di Alcaraz e le critiche premature a Sinner, l'inizio di stagione racconta molto più equilibrio di quanto sembri. 

Non ci sono dubbi: in questo momento Carlos Alcaraz è il miglior giocatore di tennis del mondo. Non è sbagliato dirlo ed è giusto sbilanciarsi. Con la vittoria degli Australian Open ha completato il career Grand Slam (vincere tutte e quattro le prove dello Slam in carriera) a soli 22 anni, il più giovane a farlo, e ha dimostrato una maturità in finale, contro la leggenda Novak Djokovic, preoccupante per gli avversari.

È giusto celebrare qualcosa di storico: un giocatore generazionale, già adesso tra i migliori di sempre per numeri e capacità, seppur ancora così giovane. Attenzione però a non esagerare. Alcaraz ha vinto l'Australian Open, ma non lo ha fatto dominando come viene raccontato. Lo ha sicuramente fatto fino alla semifinale, giocando un tennis di livello stellare per continuità e rendimento al servizio. Lì però si è trovato a un passo dalla sconfitta, graziato da uno Zverev ancora una volta incapace di compiere il passo decisivo per prendersi lo Slam che manca al suo palmarès. In quella incredibile semifinale, durata cinque ore e mezza, lo spagnolo si è trovato a tre punti dalla sconfitta ed è risorto all'improvviso, nonostante i crampi avuti durante l'arco della partita, forzando una vittoria quando ormai sembrava impossibile.

In finale ha gestito le energie, lasciando sfogare Djokovic nel primo set per poi rimontare inesorabilmente, aumentando gradualmente il livello del proprio gioco e aspettando l'inevitabile calo del suo avversario, che a 39 anni, dopo una battaglia di quattro ore e mezza in semifinale, non poteva davvero fare di più.

Non è stato quindi un dominio netto come agli US Open dello scorso anno, in cui tra semifinale (con Djokovic) e finale (con Sinner) lasciò un solo set per strada, giocando un tennis impressionante.

Per questo e altri motivi, prevedere un anno di dominio di Alcaraz non solo è prematuro, ma rischia di essere anche poco coerente con quanto visto fino ad adesso e di basarsi solo su come tira il vento in questo momento, piuttosto che su un'analisi complessiva e lucida.

In questa epoca post Big Three (Federer, Nadal, Djokovic), la nuova rivalità è senza dubbio rappresentata da Alcaraz e Sinner, che stanno portando il tennis nel futuro, in una dimensione che non conoscevamo e che stiamo imparando ad amare grazie a loro due. Essendo una rivalità appena iniziata (sono due anni che si affrontano ai massimi livelli), c'è fretta di capire chi dei due sia il più forte e ogni occasione è buona per dirlo. Ed ecco quindi che, quando vince Sinner, è il più forte senza dubbi; quando lo fa Alcaraz, è lui il più forte, senza altrettanti dubbi.

Dopo la sconfitta con Djokovic agli Australian Open, in una partita strana in cui Sinner sicuramente non ha giocato il suo miglior tennis, ma ha comunque avuto un numero enorme di occasioni per portare a casa il match senza riuscire però a sfruttarle, si è parlato di un giocatore troppo monotono, piatto, in difficoltà fisica e che difficilmente potrà impensierire Alcaraz quest'anno, soprattutto negli Slam. Lo stesso giocatore che non più di tre mesi fa vinceva le ATP Finals proprio battendo Alcaraz in finale e, si diceva, si sarebbe ripreso il primo posto nel ranking alla prima occasione disponibile quest'anno perché più solido e costante durante la stagione rispetto al suo rivale.

Insomma, una gran confusione, con giudizi che cambiano a seconda di chi vince il torneo e che hanno la pretesa di prevedere il futuro basandosi sul singolo evento. Il tennis però, se analizzato così, diventa una materia complicatissima da decifrare. Ci sono tornei tutte le settimane e, per quanto vincente puoi essere, saranno comunque di più i tornei in cui perderai rispetto a quelli che vincerai. Alla fine della settimana, di 32/64/96/128 partecipanti che iniziano un torneo, solo uno vince e sicuramente, per quanto dominanti possano essere, non saranno sempre Sinner e Alcaraz a farlo, men che meno solo uno dei due.

C'è da mettersi l'anima in pace quindi: nel tennis si perde, e pure spesso. Le partite storte, come quella di Sinner con Djokovic, capitano. Non per questo l'italiano all'improvviso è tornato il giocatore che era quattro anni fa, dimenticandosi dei progressi e del campione che è diventato. Semmai ha trovato dei punti deboli su cui dovrà lavorare: una maggiore attenzione quando i punti pesano, una migliore gestione delle palle break (con Djokovic, al di là del risultato, è stata pessima), una maggiore tenuta fisica generale e, in particolare, quando il match si allunga oltre le quattro ore, oltre a un miglioramento con la prima di servizio, che lo aiuterebbe tanto quando la partita diventa sporca e faticosa.

Dall'altro lato, Alcaraz è sicuramente migliorato su tantissimi aspetti. La solidità mentale e tattica che adesso ha anche quando non è al meglio fisicamente e non può sprigionare tutto il suo talento è tutt'altra anche solo rispetto allo scorso anno, quando proprio con Djokovic agli Australian Open aveva perso una partita in cui erano emersi tutti i suoi limiti.

I due escono quindi con convinzioni diverse da questo Slam: Alcaraz con quella di poter fare il Grande Slam (vincere tutti e quattro gli Slam in un anno), Sinner con quella di dover lavorare tanto per far sì che non accada, soprattutto fisicamente. Dopo gli Australian Open si è aperta una fase di richiamo della preparazione invernale per i big. Sinner rientrerà il 16 febbraio al torneo di Doha: due settimane e mezzo dopo l'ultima partita giocata. Dovrà migliorare la condizione fisica: agli Australian Open è parso molto indietro, con i crampi che lo hanno bloccato contro Spizzirri e la poca brillantezza dopo il primo set contro Djokovic.

Attenzione però ai giudizi affrettati. L'andamento di una stagione tennistica non è lineare, molte cose possono succedere. Per fare un esempio: quando Nadal fece il career Grand Slam, vincendo proprio gli Australian Open, era il 2009 e aveva 24 anni. In molti ipotizzavano fosse l'anno in cui avrebbe vinto tutto (arrivava da anni di dominio al Roland Garros e dalla vittoria epica del 2008 a Wimbledon contro Federer) e invece quello fu l'unico Slam che vinse quell'anno.

Non per forza sarà così anche per Alcaraz, che dopo la vittoria dell'unico major che gli mancava ha detto: «Quest'anno non voglio lasciare niente a nessuno», ma non è neanche giusto relegare Sinner a un ruolo di comparsa per un solo torneo andato male. La stagione è lunga, i tornei sono tanti e chissà che oltre a loro due un terzo — magari nuovamente Zverev, che ci arriva sempre vicino senza mai riuscirci, o il solito immortale Djokovic — possa inserirsi e spezzare questo duopolio che sembra inarrestabile.

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