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La denuncia di Asja Cogliandro, pallavolista: "Licenziata perché incinta".

La denuncia di Cogliandro, pallavolista con 15 anni di carriera: "Mi hanno fatto fuori perché aspetto un bambino". La replica della società, la solidarietà della Federazione e il grande rimosso dello sport italiano: la maternità 

Essere incinta e perdere il posto. Non in azienda, ma in campo. Non un lavoro qualsiasi, ma una carriera fatta di fatica, sudore, allenamenti e chilometri. È quanto accaduto ad Asja Cogliandro, 29 anni, centrale del Perugia Volley, con alle spalle quindici stagioni tra Serie A1 e A2.

Una storia che riporta alla luce il nodo mai risolto dei diritti delle atlete madri. E che apre, di nuovo, la domanda: si può essere sportive e madri, in Italia?

"Mi hanno fatto fuori perché aspetto un bambino"

A raccontare la vicenda è la stessa Cogliandro in un'intervista a La Stampa. A inizio 2024 scopre con gioia di essere incinta. Sei mesi prima aveva rinnovato col Perugia, neopromosso in A1. Continua ad allenarsi, ma qualcosa cambia. «Il 21 gennaio mi alleno e ho paura, anche le mie compagne sono impaurite. Il giorno dopo lo dico al direttore sportivo: mi abbraccia, felice. Ma in poche ore tutto cambia».

Il racconto è amaro: la società chiede alla giocatrice di lasciare l'alloggio, restituisce le mensilità e si mostra irremovibile: «Diventano decisi: "Devi andartene". Propongo una sospensione del contratto o di lavorare in ufficio, ma non c'è volontà di trovare un accordo». La differenza tra quanto offerto e quanto dovuto? Dodicimila euro. «Una cifra ridicola. Ma ho subito una violenza psicologica».

Co.co.co., non professioniste. Una tutela inesistente

Il punto, però, è strutturale. Non è solo la storia di una pallavolista. È la fotografia di un sistema. «Non siamo professioniste, siamo ancora sotto contratti co.co.co. (Collaborazione Coordinata e Continuativa, si tratta di un tipo di contratto di lavoro autonomo, ma non completamente indipendente, ndr) Se non si cambia, non sarò l'ultima. È ora di dire basta», dice Cogliandro. Non è la prima: il caso più eclatante fu quello di Laura Lugli, che anni fa perse il contratto dopo una gravidanza. E che venne persino citata per danni. Se ne occupò anche il New York Times. Ma poco è cambiato.


 La versione del Perugia Volley: "Cogliandro mai licenziata"

Il Perugia Volley – oggi Black Angels Perugia – intanto risponde. In una nota ufficiale definisce le dichiarazioni dell'atleta «capziose, denigratorie e prive di fondamento». E spiega la propria versione dei fatti: la gravidanza sarebbe stata comunicata solo verbalmente e senza certificazione e la società avrebbe solo interrotto l'attività per garantire la sicurezza della madre e del nascituro.

Il club parla di una proposta economica (80% degli emolumenti più il contributo del fondo maternità Inps-Fipav), di nessuna pressione psicologica, di alloggio sempre disponibile e soprattutto ribadisce: "Cogliandro non è stata affatto licenziata: il contratto è semplicemente scaduto il 30 giugno 2025".

Le reazioni: "La maternità non è una colpa"

Di certo, il caso ha scosso il mondo della pallavolo. Il presidente Fipav Giuseppe Manfredi ha espresso la piena solidarietà dell'intera Federazione: «La maternità non può mai essere vista come una colpa. Per questo abbiamo istituito un fondo dedicato. Ma cercheremo di capire meglio».

Dello stesso avviso Mauro Fabris, presidente della Lega Volley Femminile: «La maternità è un diritto, una cosa bellissima. Questa vicenda ci rattrista. Verificheremo quanto accaduto». E anche Francesca Piccinini, ex campionessa azzurra, si è fatta sentire: «Mi aspettavo un cambio di passo rispetto a quando giocavo. Invece è tutto ancora troppo lento».

Un sistema che continua a restare indietro

Nel roster del Perugia, online, Asja risulta ancora in rosa. Ma fuori, nella realtà, è sola. Non si tratta solo di un conflitto tra due versioni. Si tratta di capire se lo sport italiano sia davvero pronto ad accogliere e proteggere le sue atlete quando diventano madri. E la risposta, per ora, è ancora un fischio che arriva da lontano. Senza rete.

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