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Europei di Birmingham, un oro che vale 13 anni

Ci sono medaglie che sembrano pesare molto di più di altre, come quella di Dariya Derkach, il primo oro italiano nel salto triplo femminile agli Europei di atletica.

Dietro all'oro della triplista italiana non c'è soltanto una misura che le vale da personal best e da 10 posizione nel ranking mondiale, ma c'è una carriera intera. C'è una ragazza arrivata in Italia dall'Ucraina quando aveva appena nove anni, una cittadinanza aspettata per anni, una scelta di maglia azzurra fatta quando ancora quella maglia non poteva indossarla, vent'anni di atletica, Olimpiadi, finali mondiali, medaglie nazionali, e soprattutto, una quantità di volte in cui sarebbe stato molto più semplice fermarsi.

Derkach è nata a Vinnycja, in Ucraina, il 27 marzo 1993, in una famiglia che respirava atletica: mamma Oksana era triplista, papà Serhij un decatleta. Nel 2002 la famiglia si trasferì a Pagani, in Campania, e da lì iniziò una storia che oggi, finalmente, può essere raccontata attraverso un oro.

Ma prima di arrivare al gradino più alto c'è stato praticamente tutto il resto.

Da giovane aveva già numeri da atleta internazionale: nel 2011 era tra le migliori Under 20 al mondo sia nel lungo, con 6,55, sia nel triplo, con 13,56. Eppure quelle prestazioni non le permisero di vivere normalmente la propria carriera giovanile internazionale perché la cittadinanza italiana ancora non c'era. La ottenne soltanto nel maggio 2013 e appena un mese dopo arrivò il debutto con la Nazionale italiana.

Quasi come se il primo ostacolo fosse arrivato ancora prima di quelli che avrebbe trovato in pedana.

Poi sono arrivati gli anni della costruzione. L'argento agli Europei Under 23 del 2013, le prime convocazioni, le Olimpiadi di Rio, Tokyo, le qualificazioni che non andavano sempre come sperato, i progressi lenti e costanti, fino a quel 14,52 saltato nel 2023 a Eugene, il personale che ancora oggi rappresenta il suo limite assoluto e che la portò al quarto posto nella finale della Diamond League. Nel frattempo era arrivata anche la prima grande medaglia assoluta, l'argento agli Europei indoor di Istanbul nel 2023, poi l'ottavo posto ai Mondiali di Budapest e, nel 2024, l'ottavo posto nella finale olimpica di Parigi.

Una carriera lunghissima, soprattutto per una specialità come il salto triplo, dove il corpo non viene semplicemente utilizzato: viene messo continuamente alla prova.

Nel triplo la rincorsa di circa 30 metri viene utilizzate per ottenere una velocità che poi sil corpo di trasforma in tre azioni esplosive consecutive, hop - step - jump, con forze enormi che passano attraverso piedi, caviglie, tendini e articolazioni.

Il tendine d'Achille, in particolare, è una delle strutture maggiormente sollecitate nei saltatori e nel passaggio tra hop e step le forze possono arrivare a livelli impressionanti.

E il corpo di Dariya, a un certo punto, ha presentato il conto.

Il 2025 è stato un anno quasi surreale. Due operazioni al tendine d'Achille sinistro tra giugno e luglio e poi, in autunno, un terzo intervento, questa volta al destro. Non era più soltanto questione di saltare forte: era diventato necessario riuscire semplicemente a saltare senza dolore.

Eppure, anche in quelle condizioni, Derkach non ha voluto rinunciare alla maglia azzurra.

Dopo un anno praticamente senza gare, è andata ai Mondiali di Tokyo. La ferita dell'intervento si era persino riaperta poco prima della partenza e continuava a perdere siero, ma lei è partita comunque. In Giappone ha saltato 13,69 in qualificazione: non abbastanza per la finale, ma abbastanza per raccontare qualcosa che una misura non può spiegare.

Poi è arrivato il 2026.

Derkach è tornata a saltare: prima 14,45, seppure con vento oltre il limite, a Savona, poi 14,39 a Essen, misura valida per il minimo europeo. E infine 14,51 a Zagabria, a un solo centimetro dal personale di tre anni prima e, soprattutto, con una serie di una solidità mai mostrata prima: 13,56, 14,45, 14,51, un nullo, 14,37 e 14,28. Una prestazione che l'ha riportata in testa alle liste europee stagionali. Anche se il balzo per eccellenza è quello scritto nel titolo di questo articolo, l'oro da 14,60 cm degli europei di Birmingham.

È un oro che arriva dopo una carriera che sembrava già poter essere considerata compiuta, ed è per questo che pesa più di altre medaglie, perché non racconta soltanto la vittoria di un'atleta, ma narra la storia di vita di un'atleta contro il tempo, contro gli infortuni e contro l'idea che a un certo punto una carriera debba necessariamente finire

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