La sfida di Eurolega tra Virtus Bologna e Maccabi Tel Aviv si trasforma in un terreno di scontro politico: tra accuse di sportwashing, proteste cittadine e tensioni istituzionali.
Non sarà una normale serata di Eurolega, quella prevista per venerdì a Bologna.
Virtus Bologna – Maccabi Tel Aviv, infatti, ha immediatamente perso la sua connotazione di semplice evento sportivo per assumerne una più direttamente politica.
Collettivi studenteschi, partiti alla sinistra del "campo largo", sindacati di base, organizzazioni della diaspora palestinese, centri sociali e polisportive popolari hanno letto questa partita come un tentativo di normalizzazione dell'immagine israeliana dentro uno dei contesti sportivi più importanti d'Europa e per questo hanno lanciato l'appello alla mobilitazione affinché questa partita non si giochi. Perché non è possibile accettare che un palazzetto in cui si è costruita parte dell'identità popolare bolognese diventi il palcoscenico della propaganda sionista mascherata da evento sportivo. L'idea che il Maccabi possa giocare "come se niente fosse" è un tradimento dei valori stessi dello sport, soprattutto in una città abituata più di altre a interpretare lo sport come spazio di conflitto sociale.
Il basket conta, certo. La Virtus ha la sua storia da difendere; una storia di orgoglio popolare e di ambizioni europee. Il Maccabi, dal canto suo, è un gigante: una delle squadre più vincenti di sempre, con ben 57 campionati nazionali (record mondiale), sei Euroleghe, una Suproleague e una Coppa Intercontinentale vinte. Trofei che la rendono la terza squadra più titolata del Continente dietro solo al Real Madrid ed al CSKA Mosca. Una squadra, insomma, con una tradizione cestistica riconosciuta in tutto il mondo. Ma il punto è proprio questo: il Maccabi non arriva a Bologna come una squadra qualsiasi e di conseguenza la partita di Eurolega, come tutti gli eventi sportivi in cui sono impegnate squadre di Israele, non può essere trattata come una semplice partita di Basket. Come un evento neutrale. Non dopo due anni di genocidio in Palestina e migliaia e migliaia di morti di cui almeno 800 sportivi. E chi finge e sostiene il contrario lo fa per una chiara scelta politica, non perché realmente creda nella neutralità dello sport.
La Virtus rappresenta una parte profonda di Bologna, una passione popolare e cittadina che attraversa generazioni. Il Maccabi, invece, è la squadra forse più simbolicamente carica d'Europa: storica, titolata, massicciamente inserita nel racconto identitario del proprio Paese. Il problema nasce proprio lì, nell'impossibilità - ormai evidente - di separare questa squadra dal contesto politico che l'ha creata e che la continua ad accompagnare. A differenza di tantissimi altri club, il Maccabi arriva in ogni città portando con sé un intero universo ideologico, diplomatico e militare. Un carico di significati che non sono accidentali, ma strutturali.
Il Maccabi Tel Aviv ricopre un ruolo ben preciso all'interno della società israeliana. Non è un semplice club impegnato in competizioni internazionali: fin dalla sua nascita, e in modo sempre più marcato dagli anni settanta in poi, è stato parte integrante del progetto di costruzione dell'immagine pubblica del Paese. Ogni vittoria continentale, ogni impresa, ogni viaggio nelle città di mezza Europa è stata accompagnata da una propaganda nazionale che lega il successo sportivo alla legittimità politica. Il Maccabi è diventato, nel tempo, il veicolo attraverso cui Israele racconta sé stesso come Stato moderno, progressista, competitivo, riconosciuto. È stato investito di una missione simbolica, più che sportiva, come se le sue vittorie dovessero compensare o oscurare le profonde fratture politiche e le responsabilità politiche che emergono in ogni discussione sulla Palestina.
Ed è proprio questo ruolo politico ad aver generato un legame stabile, continuo, quasi istituzionale tra il club e le strutture dello Stato israeliano. Nel corso degli anni, giocatori, dirigenti e membri della società hanno partecipato a iniziative pubbliche organizzate in collaborazione con l'Esercito di Occupazione; il club ha sostenuto progetti rivolti ai soldati, raccolte fondi, campagne pubbliche di celebrazione dell'IDF; eventi sportivi sono diventati occasioni per rafforzare l'immagine dei militari come protettori della nazione. In nessun altro contesto europeo esiste un rapporto così profondamente intrecciato tra un club sportivo e l'apparato statale. Questa è la ragione per cui non si può considerare il Maccabi "una società sportiva israeliana", ma un soggetto che opera come vero e proprio ambasciatore politico di uno Stato impegnato in un genocidio ampiamente contestato anche dalla comunità internazionale.
Per questo la presenza del Maccabi in Eurolega non può mai essere considerata neutra. Semmai è parte di una strategia politica più ampia, che oggi nel mondo è conosciuta come sportwashing. Attraverso la competizione sportiva, Stati coinvolti in conflitti, repressioni o violazioni dei diritti umani tentano di proiettare all'esterno un'immagine positiva di sé, normalizzata, democratica, persino glamour. Lo sport diventa, così, uno strumento di legittimazione politica, perché permette di presentare un Paese come pienamente integrato nel consesso civile internazionale, aperto, progressista, moderno anche quando sta commettendo un genocidio in mondovisione.
Così ogni partita giocata in trasferta dal Maccabi racconta implicitamente che Israele è uno Stato "come gli altri", che merita pieno riconoscimento, che non può essere isolato. Ogni partita giocata senza contestazione contribuisce a cancellare, o peggio ancora normalizzare, le immagini che arrivano da Gaza, le denunce delle organizzazioni internazionali, le richieste di boicottaggio della società civile.
Chiedere che Virtus - Maccabi non si giochi, in questo senso, non è solo un modo per criticare e denunciare le politiche genocidarie di Israele ma è anche il modo per denunciare il fatto che tutte le più importanti istituzioni sportive europee hanno accettato senza battere ciglio la partecipazione dei club israeliani alle competizioni continentali senza prendere minimamente in considerazione l'idea di escluderle come normale conseguenza delle azioni criminali messe in campo da Tel Aviv. Un'apparente neutralità che sa di complicità. Esattamente come quella dimostrata da una parte della politica cittadina bolognese come ad esempio il primo cittadino della città felsinea che ha timidamente chiesto che la partita venisse spostata in un altro impianto o rinviata per motivi di ordine pubblico. Una richiesta con cui il Comune di Bologna ha evitato di affrontare la vera questione di fondo perché non si tratta tanto di dove o quando giocare, ma di cosa rappresenta il club che gioca e perché, quindi, questa partita non andrebbe giocata. Il sindaco ha espresso la sua forte preoccupazione per lo svolgimento della partita Virtus-Maccabi prevista al PalaDozza per venerdì, 21 novembre poiché non ci sarebbero le condizioni di ordine pubblico per gestire con serenità tale evento sottolineando come i rischi per l'incolumità dei cittadini, i negozi e la città sarebbero altissimi. Nessun riferimento a quel che rappresenta il Maccabi e cosa vuol dire permettere di giocare quella partita come nulla fosse. Una postura che, pur riconoscendo implicitamente la delicatezza del contesto, non si assume la responsabilità di affrontare il nodo politico: la connessione tra sport e legittimazione internazionale dello Stato israeliano. Riducendo tutto ad una questione di ordine pubblico si continua a normalizzare la presenza di Israele e a criminalizzare chi legittimamente non vuole che lo sport venga utilizzato per ripulire inenarrabili crimini contro l'umanità.
Ancora più netta la posizione di Piantedosi, ministro dell'Interno, che ha scelto (come sempre) la linea dura dichiarando pubblicamente che la partita si deve giocare, senza se e senza ma. Una chiara decisione politica, non tecnica: proteggere il Maccabi significa - infatti - proteggere la propaganda israeliana e, dunque, difendere l'alleanza politica dell'Italia con lo Stato di Tel Aviv.
Così Bologna, esattamente come successo a Udine in occasione della partita di calcio tra Italia e Israele, sarà totalmente blindata. Le zone rosse saranno estese. Le forze dell'ordine saranno numerosissime. L'idea che la protesta possa mettere in discussione l'evento deve essere immediatamente respinta. Costi quel che costi. Esattamente come a Udine dove anche un report di Amnesty International ha denunciato l'uso illegale della forza da parte delle forze dell'ordine.
In questo quadro, la sensazione diffusa è che ciò che accadrà dentro il palazzetto conterà molto meno di ciò che accadrà fuori. A Udine, la mobilitazione popolare ha superato di gran lunga il pubblico pagante, trasformando l'esterno del Bluenergy Stadium nel vero luogo di espressione politica della città.
Bologna sembra pronta a replicare. La città che ha sempre fatto dello sport un terreno simbolico potente, che ha trasformato il calcio e il basket in strumenti di lettura politica, si prepara a mostrare ciò che una parte significativa della sua comunità sente: che questa partita non può essere accettata come un gesto neutrale, ma va interpretata come un tentativo di normalizzazione che la città rifiuta. Sarà probabilmente la piazza, più che il parquet, a raccontare il senso profondo di questa giornata. E se sarà così, non si tratterà di un incidente, ma di un segnale politico: Bologna non accetta che lo sport venga usato per coprire un genocidio!








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