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Oscar Schmidt, il saluto della mano santa

L'epopea della Juve Caserta: l'arrivo di Tanjevic e Oscar Schmidt, i "marziani" che cambiarono la storia del basket italiano. 

Nell'estate del 1982 arrivarono a Caserta due marziani: il primo si chiamava Bogdan Tanjevic, il secondo Oscar Schmidt. La locale squadra di basket, la Juventus Caserta, militava in A2 ed era guidata da dirigenti illuminati come il presidente Giovanni Maggiò e il general manager Giancarlo Sarti. A quest'ultimo fu data carta bianca. Sarti, per prima cosa, costruì un vivaio fenomenale i cui frutti, anni dopo, sarebbero stati fondamentali per la conquista del primo e per ora unico scudetto vinto da una squadra meridionale nella storia della nostra pallacanestro. Ma oltre al settore giovanile, Sarti capì che doveva dare alla prima squadra una guida d'eccellenza e scelse l'allenatore più bravo in circolazione: Tanjevic, che solo tre anni prima aveva conquistato una storica Coppa dei Campioni (l'attuale Eurolega) alla guida del Bosna Sarajevo e con la stella di Mirza Delibasic in campo. Negli anni '80 in Italia, nei campionati di calcio e basket poteva veramente capitare di tutto perché erano i tornei con più appeal del continente. Così come Boskov, nel 1984, sarebbe approdato all'Ascoli, dopo essersi seduto sulla panchina del Real Madrid (cosa oggi impensabile), Tanjevic passò dal trono d'Europa e dalla guida di una delle nazionali più forti del mondo (poche settimane prima di firmare con Caserta sedeva sulla panchina della Jugoslavia) per scendere nella nostra serie A2. 

Sarti, però, non voleva solo un grande allenatore, cercava un visionario e Tanjevic lo era. Il coach montenegrino non guardava alla categoria o al blasone della società che lo contattava, annusava le sensazioni positive e a Caserta il profumo era buonissimo. Aveva capito, l'allenatore montenegrino, che c'erano i presupposti di replicare l'impresa che aveva costruito a Sarajevo, dove un manipolo di ragazzini sconosciuti era salita sul tetto d'Europa. Ma non bastava solo un grande settore giovanile, serviva anche altro: un detonatore che facesse crescere ed esplodere i ragazzi di Caserta e infiammasse all'inverosimile un pubblico affamato. Tanjevic sapeva bene chi scegliere e per questo fece una richiesta specifica a Sarti: voglio un giocatore brasiliano, lo voglio perché è fortissimo. Si trattava di Oscar Schmidt, già popolarissimo in patria per le mirabilie messe in mostra con la maglia della nazionale e soprannominato la mao santa (la mano santa) per le sue percentuali incredibili al tiro. Fu l'inizio di una storia meravigliosa. Oscar era il condottiero che il sud aspettava, un po' come sarebbe successo, fatte le debite proporzioni, poco dopo a Napoli con Maradona. Tanjevic era rimasto folgorato dal talento di Oscar nel 1979, durante la coppa intercontinentale, vinta dai brasiliani del Sirio di San Paolo. In quell'occasione, la mano santa schiaffeggiò il suo Bosna Sarajevo siglando 42 punti. Le prime partite del brasiliano con la maglia della Juventus Caserta, sponsorizzata Indesit (fondamentale per trovare i soldi per ingaggiare l'allenatore e Oscar), non furono entusiasmanti, al punto che il presidente Maggiò propose a Tanjevic di tagliare lo straniero. La risposta di Boscia fu secca: piuttosto me ne vado io. Non andò via nessuno dei due. Oscar iniziò a segnare valanghe di punti segnando da tutte le posizioni. Ne mise a referto così tanti che a fine carriera diventò il miglior realizzatore di sempre della storia della pallacanestro (49.737), record superato negli anni seguenti solo da un certo LeBron James. Oscar rimase a Caserta otto anni, dal 1982 al 1990. 

La prima stagione trascinò la squadra in A1 nelle restanti sette vinse per ben sei volte la classifica dei marcatori e portò Caserta a risultati impensabili fino a qualche anno prima. Una finale di Coppa Italia persa contro la Virtus Bologna (1984) e un'altra vinta battendo Varese (1988), due finali scudetto con due sconfitte contro l'Olimpia Milano (1986 e 1987) e altre due finali europee concluse sul secondo gradino del podio: la Coppa Korac contro la Virtus Roma (1986) e la Coppa delle Coppe contro il Real Madrid del monumentale Drazen Petrovic (1989). Questa finale, finita 117 a 113 per gli spagnoli, passò alla storia perché ci fu una partita nella partita tra Oscar e Petrovic. Una vera sparatoria: 44 punti per il brasiliano, 62 per il Mozart dei canestri, che in quell'occasione stabilì il record di punti, mai più superato da un giocatore, in una finale continentale. Dopo quel match, la storia racconta che l'allenatore dei casertani Marcelletti, che due anni prima era subentrato a Tanjevic (partito per Trieste a inseguire un altro sogno) e un gruppo di giocatori (Dell'Agnello e Gentile) maturarono l'idea di sacrificare Oscar per rendere la squadra meno dipendente dalle giocate del brasiliano e responsabilizzare i fenomeni cresciuti nel vivaio e che oramai erano giocatori di prima grandezza: Nando Gentile e Vincenzo Esposito. La scelta fu premiante perché due stagioni dopo la Juve Caserta vinse lo scudetto in una sfida all'ultimo sangue contro Milano. Per Oscar fu invece un addio dolorosissimo che il brasiliano visse come una pugnalata alle spalle. La mano santa per rimanere a Caserta l'anno precedente aveva rinunciato a una ricca offerta del Real Madrid e due anni prima al prestigio di una chiamata dalla NBA. Quest'ultimo rifiuto fu dettato soprattutto dal fatto che passando professionista avrebbe dovuto rinunciare, per le regole dell'epoca, a vestire la maglia della nazionale brasiliana. Inoltre, Oscar sentì il peso di essere stato etichettato come un perdente dopo le doppie sconfitte nelle finali europee e scudetto. 

Ma si poteva definire perdente un campione come Oscar che tra l'altro col Sirio in Brasile aveva conquistato tutto e nel 1987 con la maglia verdeoro aveva battuto in finale, grazie a una sua prestazione sensazionale, la nazionale statunitense nei Giochi Panamericani? Dopo questa sconfitta contro il Brasile e la successiva delusione alle Olimpiadi di Seul (dove arrivarono terzi), gli americani decisero di non mandare all'Olimpiadi Barcellona una selezione di giocatori dei college ma di ricorrere a quelli che poi passeranno alla storia come il "Dream Team". Oscar, dopo aver rinunciato alle sirene americane e del Real e dopo il ripudio di Caserta, ripartì a Pavia dalla serie A2, dove Tonino Zorzi lo chiamò per portare i lombardi nella massima serie. Un'altra promozione seguita da un campionato di A1 dove si aggiudicò per la settima volta il titolo di capocannoniere. Dopo Pavia, una tappa veloce in Spagna e poi in Brasile dove continuò a giocare e segnare a raffica fino a 45 anni. Il dopo basket fu dolorosissimo perché da 15 anni lottava contro un terribile tumore al cervello. Anche in questo caso ha combattuto come sul parquet, rimandando la sentenza all'ultimo canestro dell'ultimo tempo supplementare. Nel mezzo ha potuto riappacificarsi con Caserta che nel 2016 l'ha omaggiato della cittadinanza onorario con un applauso infinito dei suoi vecchi tifosi. Secondo Tanjevic, il suo grande maestro, la Juve Caserta avrebbe vinto lo scudetto anche con Oscar. 

Ma, soprattutto, avrebbe potuto conquistarlo molto prima, nella stagione 1983/84. Nell'estate del 1983, infatti, Boscia realizzò una delle sue folli idee: mettere nello stesso quintetto Oscar e Mirza Delibasic, la mano santa col più forte giocatore europeo. Delibasic, intanto, dopo i successi col Bosna era stato acquistato dal Real Madrid, dove, nella prima stagione, aveva vinto tutto: campionato e Coppa Intercontinentale. Nella seconda, però, il cestista bosniaco rimase preda dei suoi vizi: l'alcool e il fumo. Gli venne in soccorso Tanjevic, l'unico che riusciva a domarlo, e lo portò a Caserta. Durante il ritiro precampionato di Bormio sembrava che il progetto funzionasse a meraviglia e la coppia Oscar-Delibasic già s'intendeva a meraviglia. Ma proprio in quei giorni un ictus colpì Delibasic che fu salvato ma dovette abbandonare l'attività sportiva per poi morire a soli 47 anni distrutto dall'alcool e dai segni della guerra in Bosnia vissuta in prima persona. Mirza non abbandonò mai Sarajevo, dove si era ritirato, durante l'infinito assedio durato 4 anni dal 1992 al 1996. Come ha detto Tanjevic, dopo la scomparsa di Oscar, i suoi due figli sportivi prediletti ora potranno giocare finalmente insieme.

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