Dopo due anni senza scendere sotto i dieci secondi e una lunga serie di infortuni, il campione olimpico torna a correre in 9"99. Eppure per qualcuno non basta ancora.
Ci sono prestazioni che vengono celebrate per quello che sono, e poi ci sono prestazioni che finiscono per essere giudicate per quello che non sono.
Il 9"99 corso da Marcell Jacobs al Golden Gala di Roma appartiene probabilmente alla seconda categoria.
Perché mentre il cronometro racconta una delle migliori notizie possibili per il movimento azzurro, una parte del dibattito continua a oscillare tra lo scetticismo e la nostalgia. Come se l'unico Jacobs accettabile fosse quello capace di vincere un'Olimpiade e ogni risultato successivo dovesse inevitabilmente essere letto come un passo indietro.
Eppure basta fermarsi un attimo e guardare i numeri.
Quel 9"99 non è soltanto il ritorno sotto il muro dei dieci secondi. È la miglior prestazione europea stagionale. È un tempo ampiamente inferiore al minimo richiesto per gli Europei di Birmingham, fissato a 10"08. Ed è soprattutto una prestazione ottenuta in una gara di altissimo livello internazionale, contro alcuni dei migliori velocisti del pianeta, con Noah Lyles capace di vincere in 9"88 e una profondità di risultati che ha reso quella finale una delle più competitive dell'intera stagione.
Jacobs non correva sotto i dieci secondi da quasi due anni. Due anni durante i quali il campione olimpico di Tokyo ha dovuto convivere più con gli infortuni che con la pista. Problemi fisici continui, stop, rientri, nuove ricadute. Un percorso che avrebbe probabilmente spinto molti altri atleti verso un lento declino agonistico e che invece lui ha affrontato scegliendo anche di tornare a lavorare con il tecnico che lo aveva portato sul tetto del mondo, Paolo Camossi.
Per questo il 9"99 di Roma vale più del semplice numero che compare accanto al suo nome.
Racconta una resilienza sportiva che spesso dimentichiamo di considerare.
Racconta un atleta che, dopo aver toccato il punto più alto possibile, ha dovuto affrontare qualcosa di molto più difficile: tornare.
Eppure i commenti di chi lo considera ormai a fine carriera non sono mancati, forse perché ci siamo abituati male.
O forse perché ci siamo dimenticati quanto sia raro correre sotto i dieci secondi.
Nella storia dell'atletica mondiale, dal primo sub-10 ufficiale di Jim Hines nel 1968 a oggi, gli uomini capaci di abbattere quella barriera sono poco più di duecento. Una cifra minuscola se confrontata con le centinaia di milioni di persone che hanno praticato atletica negli ultimi sessant'anni.
Eppure nel dibattito pubblico sembra quasi che correre in 9"99 sia diventata una normalità.
Come se il muro dei dieci secondi non fosse ancora oggi una delle frontiere più esclusive dell'intero sport mondiale.
Infine viene il paradosso che caratterizza questa specialità dell'atletica italiana ovvero che Jacobs, e tutti i centometristi italiani,vengono giudicati con il metro che Jacobs stesso ha creato.
L'uomo che ha vinto l'oro olimpico nei 100 metri e nella staffetta ha alzato così tanto l'asticella da rendere quasi ordinario ciò che ordinario non è affatto.
E forse, prima di chiederci se sia ancora il Jacobs di Tokyo, dovremmo semplicemente riconoscere quanto sia straordinario che un atleta dato per finito da molti continui ancora a correre più forte di tutti gli altri in Europa.



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