Ci sono storie in cui il cronometro non basta più.
Alex Schwazer, a 41 anni, è tornato a marciare forte. Forte davvero. Il tempo ottenuto sui 35 chilometri avrebbe potuto riaprirgli le porte della nazionale per gli Europei, almeno guardando esclusivamente il dato sportivo. E invece la convocazione non è arrivata.
La spiegazione ufficiale della FIDAL è chiara: scelta tecnica. Il direttore tecnico Antonio La Torre ha deciso di puntare sugli atleti meglio piazzati nella Coppa del Mondo e, allo stesso tempo, di dare spazio a profili più giovani, in un'ottica di costruzione futura del movimento.
Una motivazione che, formalmente, regge.
Ma il punto è un altro.
Perché quando si parla di Schwazer, lo sport raramente riesce a fermarsi allo sport. La sua storia è troppo grande, troppo controversa, troppo divisiva per essere letta soltanto attraverso una graduatoria tecnica.
C'è il doping del 2012.
La confessione.
La caduta pubblica.
E poi c'è tutto il resto.
La positività del 2016, arrivata alla vigilia delle Olimpiadi di Rio, il ritorno spezzato, le battaglie giudiziarie, fino alla decisione del Tribunale di Bolzano che aveva parlato di possibili anomalie e manipolazioni nel sistema di conservazione dei campioni, alimentando dubbi enormi sull'intera vicenda senza però cancellare definitivamente, sul piano sportivo internazionale, quella squalifica.
Ed è qui che nasce il vero nodo.
Perché legalmente puoi anche riaprire una storia. Moralmente e simbolicamente, molto meno.
Lo sport, soprattutto quando parla di doping, funziona in modo particolare. La squalifica non finisce mai davvero con la fine della sanzione.
Resta.
Resta nello sguardo degli altri, nelle istituzioni, nei giornalisti, nella percezione pubblica. Come una fedina penale che, anche dopo aver pagato il conto con la giustizia, continua comunque a precederti ovunque vai.
Ed è probabilmente questo il punto più difficile da accettare nella vicenda Schwazer: il fatto che, al di là dei tempi, delle classifiche e persino delle sentenze, esista una macchia che lo sport non riesce — o forse non vuole — cancellare completamente.
La FIDAL non ha mai parlato apertamente di motivazioni etiche. Anzi, ufficialmente il tema non esiste. Ma è inevitabile chiedersi quanto pesi ancora il passato quando si tratta di scegliere chi deve rappresentare una nazionale.
Perché convocare Schwazer oggi non significherebbe soltanto premiare una prestazione tecnica. Significherebbe anche riaprire una narrazione che l'atletica italiana, forse, non vuole più affrontare. E allora la domanda diventa quasi filosofica:
Una persona può davvero tornare a essere "soltanto" un atleta dopo una storia di doping? Oppure, nello sport di alto livello, certi errori diventano un'identità permanente?



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